Facile trasmettere le informazioni: Eugenio Barba e il suo Odin Teatret tornano da Hostelbro (Danimarca) ad Albino per una settimana, dal 5 all’11 novembre nella doppia veste di formatori e di protagonisti. Al Convento della Ripa sessantacinque persone, provenienti da ogni parte del mondo, parteciperanno a un seminario di alta formazione dedicato al “gesto teatrale” mentre dal 5 al 9 novembre nella chiesa di San Bartolomeo verrà rappresentato L’albero, ultima produzione teatrale del gruppo che tutto il mondo conosce.
Ad organizzare questa settimana all’insegna di una ricerca teatrale di eccellenza è l’associazione culturale Diaforà, in collaborazione con Àrhat Teatro e TTB Teatro Tascabile di Bergamo, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Albino e con il sostegno delle cooperative sociali onlus La Fenice e Diagramma e di tanti sponsor del nostro territorio.
Detto questo, è difficile spiegare cosa sia l’Odin e soprattutto quale sia il valore che questo tipo di teatro porta con sé. Occorrerebbe essere in grado di spiegare cosa sia la poesia e si potrebbe applicare la famosa definizione di Sant’Agostino sul tempo, che suona pressappoco così “se nessuno mi chiede di spiegarlo lo so, ma se devo spiegarlo, non so più cosa sia”. Questo già suggerisce che la partecipazione al teatro dell’Odin è un’esperienza dove non funzionano le categorie della logica, le nostre abitudini e l’utile superficiale per accostare invece qualcosa che sta molto più a fondo, immerso nella nostra quotidianità e che mantiene relazioni forti con la poesia, la bellezza, l’arte. Qualcuno potrebbe storcere il naso affermando che così si arriva al mondo separato di pochi eletti, nel solito rifugio degli intellettuali, tutti presi nella loro torre autoreferenziale.
Non è questo quel che fa l’Odin.
Lo spettacolo che viene presentato ad Albino in prima nazionale, L’albero, è, dopo La vita cronica (rappresentata ad Albino nell’aprile 2016) e Le grandi città sotto la luna, il terzo capitolo di una “trilogia sugli Innocenti” che il grande regista italiano e i suoi attori (balinesi, indiani, italiani, giapponesi, danesi, spagnoli) hanno in questi anni proposto in tantissimi paesi del mondo. Un discorso appunto sul mondo che, partendo dalla tenerezza di una bambina, si fa carico di una serie di domande sulla crudeltà, sul potenziale di distruzione che segna la storia dell’umanità. L’azione spazia tra la Siria, la Nigeria e la Serbia, ma raccoglie tutte le guerre del passato e del presente (scongiurando quelle del futuro che già si stanno preparando), mostrando le logiche scandalose dei Signori della Guerra e il sangue di tanti innocenti attraverso una parola poetica capace di una denuncia “politica”, nel senso più pieno e originario di questa parola. I corpi degli attori, la compresenza di culture e lingue diverse, la forza visionaria di una scenografia in cui ogni dettaglio acquista valore, la musica, elemento drammaturgico fondamentale, conducono lo spettatore, inserito in una singolare machina scenica, a una partecipazione profonda a quanto sta avvenendo. Si chiama teatro. E oggi pochi sono capaci come l’Odin di ricordarcelo.
Alessandra Pozzi
Associazione Diaforà