A proposito di fuochi d’artificio e botti…

“Una sagra senza fuochi è come un cielo senza stelle”, oserei dire.

Questa è la provocazione che mi è sovvenuta leggendo la “lettera al direttore” del numero precedente di Paese mio, inviata dal Sig./dalla Sig.ra C.M., dal titolo:” I botti per salutare le feste sono anacronistici?”

Innanzitutto, credo che sarebbe stato corretto non limitarsi a firmare questa lettera con le sole iniziali del proprio nome e cognome in quanto non credo ci sia nulla di male ad esprimere la propria opinione in merito ad un argomento che fa sempre molto discutere.

Ma questo poco importa. Prendo atto delle opinioni dell’autore della lettera e rispetto la sua visione, pur non condividendola e ritenendola alquanto limitata ad un solo punto di vista.

Partiamo appunto dall’incipit della lettera:” Per tradizione…”. Mi fermerei già qui. Se dovessimo seguire la tradizione già non ci sarebbe più motivo di parlarne; le tradizioni non nascono così su due piedi: sono costituite da avvenimenti, come possono essere i fuochi appunto, che hanno sempre riscosso e riscuotono tuttora un grande successo; quindi, giudicare i fuochi addirittura anacronistici mi sembra proprio esagerato e inopportuno; in qualche modo sono parte integrante di una comunità che vive un momento di festa importante e che manifesta la propria gioia con dei segni, quali possono essere appunto i fuochi d’artificio e i botti.

Si tratta di uno spettacolo che indubbiamente affascina grandi e piccini, seppur di “breve durata”, come è stato definito.

A parte il fatto che uno spettacolo di venti minuti/mezz’ora non mi sembra proprio di breve durata, penso inoltre che se una cosa è piacevole e gioiosa la durata sia assolutamente relativa, anzi insignificante.

Per quanto riguarda il valore religioso, indubbiamente i fuochi non rientrano nella storia millenaria della Chiesa ma, riprendendo le fila del discorso sulla tradizione, anche i botti durante la processione sono segni tangibili di devozione e appartenenza alla propria comunità, che in quel momento festeggia i propri patroni e invoca la loro protezione.

Non stiamo parlando di cose essenziali certamente ma, come gli addobbi sulle case piuttosto che le luminarie appese per le vie, contribuiscono a entrare nel clima di festa sia per chi viene da fuori, ma soprattutto per la comunità stessa; piccoli e semplici segni che dimostrano però grande affetto e appartenenza al luogo.

Non scomodiamo poi Sua Santità, il papa Francesco che a mio avviso apprezzerebbe di più una comunità unita e gioiosa e che si dà da fare per mantenere vive le tradizioni. La sobrietà e l’umiltà sono intese in modo perlopiù differente: più che esteriore, interiore, del cuore!

Il periodo di crisi che stiamo vivendo porta con molta facilità ad una visione più similare a quella del Sig./della Sig.ra C.M., certamente rispettabile ma un po’ fine a se stessa.

Porto l’esempio di numerose parrocchie che, per la realizzazione di spettacoli pirotecnici, non vanno ad intaccare la misera cassa parrocchiale, ma promuovono una raccolta libera e spontanea di offerte di coloro che desiderano mantenere inalterata questa tradizione.

Badate bene che chi contribuisce lo fa perché ci tiene alla realizzazione di questi ultimi, non per attività benefiche alternative; ognuno di noi ha la propria sensibilità e questa va rispettata anche se magari non la si condivide.

Sono inoltre dell’idea che finché la spesa dei fuochi viene coperta da queste libere offerte, sarebbe proprio da stolti rinunciare perché, oltre a creare malcontento, ho sempre sentito dire che “ciò che esce dalla finestra entra dalla porta”.

Credo infine che non sia il caso di elogiare chi “ha avuto il coraggio di proporre la rinuncia a tali esteriorità”.

È sicuramente una proposta che può far riflettere, se vogliamo anche originale e alternativa, che non ha però nessun motivo di essere “elogiata” in quanto non migliore di altre, ma semplicemente diversa.

 

Daniele Cugini