Cronistoria dell’utilizzo di dolomie e calcari nella fornace Felice Perani in Vertova

Nel 1923 Felice Perani, segretario comunale in Casnigo, nella speranza di un periodo di sviluppo in Italia, dopo lunga ponderazione, affidava i risparmi di generazioni, compresa la partecipazione di una zia zitella (ziuna), commerciante di filati, ai figli Giovanni battista, Placido e Mario per l’avvio di un’attività imprenditoriale che potesse utilizzare risorse naturali locali e alleviasse la forte disoccupazione di quegli anni. Seguendo l’esempio della società “Industriale Calce” di proprietà del cav. Martinelli, produttore di calce in zolle (CaO) per la chimica (carburo di calcio, calciociannamide) e la siderurgia con insediamenti a Fiorano, Casnigo e Alzano Lombardo, i fratelli Perani in questo periodo e a questo scopo iniziarono la costruzione dei forni di fronte alla stazione di Vertova.

Quattro forni in muratura (tuttora esistenti e ora in fase di riqualificazione), con alimentazione a carbone, i cosiddetti forni a strati. Materia prima per la produzione di ossido di calcio (Cao), era il calcare (CaCoS che venne individuato ed estratto all’inizio della valle Vertova e all’inizio della valle Gandino), si trattava di un calcare nero del carbonifero, di qualità modesta. Il combustibile era antraclite e ceneraccio delle ferrovie (problema allora come ora i costi del combustibile).

L’ubicazione dei forni a Vertova aveva il duplice scopo di poter spedire a mezzo ferrovia la calce prodotta ed avere praticamente a km zero la materia prima. Le barriere all’entrata, messe in pratica dai produttori esistenti, tenevano bassi i prezzi e questo impediva un ampliamento dell’azienda. Si pensò allora di partecipare al mercato parallelo della Dolomite sinterizzata, prodotto più pregiato, partendo dalle dolomie locali (carbonato doppio di calcio e magnesio), in particolare quella assai pura di Ponte del Costone, sul lato est del fiume Serio. All’inizio dell’escavazione, sotto forma di detrito di falda (ghiaione) in questa fase con costi bassi, di escavazione. Si sarebbe poi proseguito con l’utilizzo di mezzi più consoni aprendo un fronte di cava di ampie dimensioni. Quasi tutta la dolomia utilizzata dai fratelli Perani, in ottanta anni di attività è stata estratta da questa cava che si distingue per qualità e costanza dei contenuti. I clienti della dolomite sinterizzata erano gli stessi che utilizzavano la calce in zolle cioè: Falk e Breda a Sesto San Giovanni, Redaelli di Rogoredo, Caleotto a Lecco, nomi storici delle acciaierie italiane di quel periodo con un prodotto di maggior pregio, ma anche di più difficile e costosa produzione.

La dolomite sinterizzata è un eccellente refrattario e viene utilizzato nel rivestimento interno dei forni per la produzione dell’acciaio e deve quindi resistere a temperature superiori ai 1500 gradi C° dell’acciaio fuso, la sinterizzazione della dolomia (cottura con riduzione di volume) richiede almeno 2000 gradi C°.

Per raggiungere queste temperature i forni necessitano di turbosoffianti per la combustione del coke metallurgico; dal 1927 al 1932 si operò con un solo forno realizzato su disegni Humbolt, a causa del cartello dei produttori che imponeva ai Perani e all’azienda, ora denominata Dolomite del Costone, quote di mercato molto limitate. Dopo il 1932, allo scadere dell’accordo tra i produttori, furono istallati due nuovi forni della Togni Tubificio di Brescia e Officine Vismara di Lecco.

L’utilizzo della dolomia del Costone portò anche alla conversione dei forni a calce in forni per la cottura dolce della dolomia (1000 gradi C°) da utilizzare in edilizia come idrato (CaOH- MgOH). Questo procedimento, utilizzato per la prima volta in Italia, rendeva l’idrato di dolomia asciutto e in polvere e venne brevettato col nome commerciale di Calcinella. La produzione sia di calce idrata che di dolomite sinterizzata proseguì profìcuamente (1937) tanto che si pensò di migliorare gli impianti con la costruzione di uno stabilimento completamente nuovo, sempre nel comune di Vertova, utilizzando una dolomia presente in vicinanza del Convento di San Patrizio con collegamento tra cava e stabilimento realizzato da una galleria che passava in parte sotto l’abitato di Vertova.

L’azienda prese ora il nome di Dolomite Magnesia e Derivati spa e, a riprova del buon momento, a Carrara Avenza installò un forno di sinterizzazione, simile a quelli di Vertova, che doveva servire le acciaierie Dalmine della nuova zona industriale Apuana. La guerra impedì uno sviluppo in tale direzione; nel dopoguerra si cercarono prodotti diversi per questo impianto con alterne fortune.

Anche a Vertova la guerra sconvolse questi progetti, i nuovi capannoni già completi di raccordo ferroviario e carri ponte, ebbero comunque un proficuo utilizzo come stazione di carico della lignite estratta dalla società Silla, impresa fondata sempre dai f.lli Perani e operante nell’estrazione dal bacino lignitifero della val Gandino che, con gallerie che passavano sotto l’Agro di Casnigo, permettevano a una piccola ferrovia Decauville (dopo aver attraversato il fiume Serio con un bel ponte in legno) di raggiungere il nuovo insediamento di Vertova.

La produzione di dolomite sinterizzata proseguì nel periodo bellico nei vecchi forni di Vertova, malgrado la difficoltà di approvvigionamento del coke metallurgico e il rischio di attacchi da parte degli aerei alleati. A testimonianza delle traversie di questo periodo è da ricordare che il comando tedesco, che sorvegliava la gestione delle miniere di lignite, avrebbe voluto che la galleria che collegava il nuovo stabilimento e la cava di San Patrizio fosse completata ed ampliata per realizzare in sotterraneo un’officina di riparazione di carri armati, ora che il fronte aveva superato gli appennini dopo lo sfondamento della linea Gotica. Con vari stratagemmi i lavori andarono per le lunghe ed il “pozzo di san Patrizio” non fu mai terminato: grandissimo sarebbe stato il rischio di avere un obiettivo bellico sotto Vertova

A guerra finita i forni a calce furono riconvertiti per produzione di idrato per l’edilizia. II combustibile sarebbe dovuto essere la lignite opportunamente gassificata. a questo scopo furono installati due gassogeni DeBartolomeis che utilizzavano una piccola quota della lignite prodotta dalla società sorella (Siila). Con la chiusura della miniera nel 1947 anche i forni furono spenti. Solo qualche anno dopo, quando in valle Seriana si realizzò la distribuzione del metano della valle Padana, i forni a calce furono rimessi in funzione. II nuovo impianto di Vertova non utilizzò mai la dolomia di san Patrizio. L’impianto di Vertova fu riconvertito alla produzione di cemento, elemento assai ricercato in questo periodo per la ricostruzione del dopo guerra. Anche in questo caso le materie prime furono sempre locali: creta fossile e argille a Leffe, calcare nero in valle Vertova, silice dalla valle Brembana. La limitatezza dei giacimenti aveva già in luce la crisi di dieci anni dopo (1957) quando la produzione di cemento fu interrotta per la mancanza di materia prima.

La produzione di dolomite sinterizzata proseguiva con uno solo dei vecchi forni alla stazione di Vertova. II forno era vecchio e superato per cui si costruì ancora nella zona di ponte del Costone, sul lato ovest del fiume Serio un forno denominato “Do.Ma.De. 2” (1954) che utilizzava, per avere minori costi di combustibile, un sistema misto di carbone coke per la sinterizzazione e olio combustibile per la precalcinazione.

Venne aperta una cava a monte del forno in modo di avere la materia prima subito disponibile nelle vicinanze (Cava di Ponte del Costone est). Purtroppo questa cava dopo pochi anni di funzionamento si rivelò inquinata da Silice: questo impedì il proseguimento della produzione.

Dopo questi gravi problemi si uscì definitivamente dal mercato della dolomite sinterizzata, dopo di che l’intera produzione si concentrò per quasi quarant’anni sulla produzione di calce idrata per edilizia e agricoltura; calce in zolle per acciaieria e chimica. I vari lutti famigliari portarono alla decisione di cedere i rami d’azienda scorporandoli: la cava, una parte degli immobili, la centrale elettrica e l’avviamento industriale furono ceduti a soggetti diversi.

L’attività dei forni è terminata nell’anno 2003 dopo ottant’anni di varia fortuna, come la vita di ognuno di noi, del resto.

ricerca di Carlo Gusmini