Dott. Ivo Cilesi

psicopedagogista e terapeuta

Pedagogista, psicopedagogista, musico terapeuta, specializzato in musicoterapia clinica presso il Royal Hospital di Londra, il Dott. Ivo Cilesi, 53 anni, genovese di origine (laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Genova), ma bergamasco di adozione (è da dieci anni che vive in Bergamasca: dopo aver abitato a Colzate, ora risiede a Cene), è uno dei massimi esperti in terapie non farmacologiche della demenza. Già responsabile per l’inserimento di terapie non farmacologiche presso la Fondazione “Cardinal Gusmini” di Vertova, è ora consulente per lo stesso tipo di terapie presso il Centro Eccellenza Alzheimer dell’Ospedale “Briolini” di Gazzaniga e opera presso la “Fondazione S.Maria Ausiliatrice” di Bergamo (il Gleno, per intenderci): in questi anni ha attivato percorsi e progetti, anche di formazione, per avvicinare e coinvolgere alle sue interessanti terapie, non farmacologiche, quindi non invasive, vari centri specializzati nella cura dell’Alzheimer. A lui la direzione di Paese Mio rivolge alcune domande per conoscere nei dettagli questo suo originale modo di operare, alla luce delle sue esperienze maturate in questi anni proprio sul territorio della Val Seriana.

 

Come e dove si sviluppa il suo lavoro?

Lavoro da molti anni in Lombardia, collaboro con centri specializzati nella cura dell’Alzheimer a Bergamo, qui in Val Seriana, a Milano e anche all’estero, in Svezia, a Goteborg. Collaboro con diverse università italiane e straniere. Insomma, un lavoro interessante. Il mio è un lavoro di ricerca di nuove terapie non farmacologiche, e sono giornalmente a contatto con le persone affette da demenza e con i loro familiari. Lavoro molto in equipe, e con miei colleghi tento di trovare strategie non farmacologiche che possano allo stesso tempo mantenere lo stato delle capacità cognitive e favorire il benessere e la qualità di vita delle persone che seguiamo giornalmente. Da molti anni mi occupo di ricerca nell’ambito dello studio di nuove e innovative terapie non farmacologiche utile a migliorare la qualità di vita dei pazienti affetti da demenza e dei loro familiari.

 

Cos’è la “terapia della bambola”?

E’ una nuova terapia non farmacologica, da me ideata e strutturata: all’interno della relazione, la bambola diviene utile per la diminuzione di importanti disturbi del comportamento, come ad esempio agitazione, ansia, depressione, movimenti continui non finalizzati, disturbi del sonno ed altri. L’efficacia di questa terapia è collegata anche ad un distacco della realtà del paziente affetto da Alzheimer. Questo distacco si evidenzia in modo importante nella fase medio-grave della malattia. La bambola, quindi, viene riconosciuta come bambino vero, e il paziente attiva dei processi di accudimento e di “maternage” che vanno a favorire nella persona dinamiche di rilassamento e di benessere, migliorando la sua qualità di vita. Durante questa relazione si sensibilizza l’area delle emozioni e dell’affettività, un’area del nostro cervello che rimane attiva anche nelle fasi avanzate di malattia, mentre si va a deteriorarsi in modo importante l’area cognitiva (linguaggio, memoria).

 

E che cos’è il “treno terapeutico”?

E’ un altro studio che sto portando avanti, collegato ad una nuova terapia ambientale, che ho ideato e strutturato. E’ uno spazio, un luogo di viaggio, dove le persone affette da demenza viaggiano; e questo viaggio virtuale, ma spesso reale, produce benessere e tranquillità per le persone che lo intraprendono. Può, in alcuni casi, favorire l’attivazione di ricordi e di memorie, e favorire quindi il dialogo e la relazione fra persone. La ritualità del viaggio diventa un’importante cura non farmacologica, utile a gestire le problematiche comportamentali presenti nella malattia di Alzheimer.

 

Ma altri sono i suoi studi…

Altro studio importante riguarda l’utilizzo di “robot sociali” e le nuove tecnologie al servizio della persona anziana fragile. Un progetto che si sta attivando in Provincia di Bergamo, con capofila la “Fondazione S.Maria Ausiliatrice” di Bergamo, riguarda l’inserimento, nei percorsi di cura delle persone affette da demenza, di un “robot sociale” (social robot): si chiama “Paro”, è una foca-robot che stimola la persona ad attivare un processo di relazione e di interazione sociale. La terapia con la foca-robot è stata sperimentata anni fa nella Fondazione “Cardinal Gusmini” di Vertova, quando seguivo per la Fondazione le terapie non farmacologiche. E’ sicuramente innovativa e nasce dalla collaborazione con l’Università di Robotica di Tokyo, in sinergia con l’Università di Siena. Queste e altre terapie non farmacologiche sono estremamente importanti, perché favoriscono anche la riduzione del carico farmacologico che soprattutto nelle fasi avanzate della malattia di Alzheimer accelera il processo di decadimento cognitivo nel paziente. Sicuramente l’inserimento di cure di questo tipo è un indicatore di qualità nell’accudimento delle persone affette da demenza e dei loro familiari.

 

Come è nato in lei questo interesse?

Sono sempre stato molto stimolato da strategie di cura “non convenzionali” e devo dire che negli ultimi anni questo tipo di terapie, come musicoterapia, terapia della bambola, arteterapia e tante altre, ha avuto importanti e direi definitivi riconoscimenti di validità ed efficacia dal mondo accademico e scientifico. Nella mia professione di psicopedagogista e terapeuta applico l’idea che per qualunque processo di cura è importante avere un’idea terapeutica condivisa e condivisibile. Allo stesso tempo è fondamentale nel mio lavoro conoscere i processi collegati all’educazione alla salute delle persone che sono coinvolte nei processi di cura (familiari), e in questo caso faccio riferimento in modo forte al territorio della Provincia di Bergamo, in particolare la Val Seriana.

 

Quali i suoi prossimi interventi?

Da anni mi occupo di formazione di operatori che operano in strutture Socio-Assistenziali e Sanitarie. Da poco sto coordinando per la Provincia di Bergamo un progetto di inserimento in strutture sanitarie e assistenziali di terapie non farmacologiche innovative. In questo progetto sono coinvolte anche strutture del territorio della Val Seriana, come la Casa Albergo di Albino e la casa di riposo di Nembro. Dal mese di marzo, poi, partirà una serie di corsi presso l’Auditorium di Albino, relativi all’applicazione di nuove terapie: il 23 marzo, la “terapia della bambola”; il 6 aprile, lo spazio terapeutico, all’interno dei percorsi di cura; il 19 e 20 aprile, le terapie non farmacologiche; il 18 maggio, la musicoterapia clinica.

 

E ora ci dica cos’è la demenza.

La demenza è una malattia degenerativa che colpisce il 10% di tutte le persone che hanno oltre 60 anni, e oltre il 40% delle persone con età superiore ai 90 anni. Una recente indagine tra le persone residenti ancora a casa, affette da demenza, ha evidenziato che la maggior parte di queste persone evidenzia molti bisogni non soddisfatti. Si stima che circa 10 milioni di persone in Europa e 35,6 nel mondo hanno demenza. E si prevede che il numero di persone colpite aumenterà a 66 milioni nel 2030 e 115 milioni nel 2050. La demenza, poi, costa, in termini economici. Il costo totale nel mondo per la cura della demenza è stimato a 315 miliardi di dollari, un costo destinato ad aumentare, in quanto è previsto un aumento delle persone con demenza. Costi enormi: il costo medio annuale per la cura e assistenza di una persona con demenza è di circa 10.000 euro in Europa, mentre in altri Paesi il costo aumenta.

 

Come sconfiggere l’Alzheimer?

Sono convinto che prima o poi si riuscirà a debellare l’Alzheimer, ma si dovranno stanziare importanti risorse economiche per la ricerca, risorse che sicuramente in questo momento di difficoltà economica sono molto difficili da reperire. Nel frattempo noi che lavoriamo in questo ambito dobbiamo tentare di aiutare le persone affette da Alzheimer e i loro cari con tutti mezzi convenzionali e non convenzionali che abbiamo a disposizione, e la terapie non farmacologiche sono sicuramente opportunità terapeutiche importanti.

 

Quale il suo sogno nel cassetto?

Il mio sogno nel cassetto è sicuramente collegato ad un impegno sociale sempre più importante nell’ambito della sensibilizzazione dei cittadini nei confronti di situazioni di difficoltà sociali. Intanto, colgo l’occasione per ringraziare le persone, i cittadini della Val Seriana e della Provincia di Bergamo, per aver accolto un genovese nella vita sociale della realtà bergamasca.

 

T.P.