Nato 64 anni fa ad Erice, in provincia di Trapani, ma albinese di adozione, il Dott. Vincenzo Russo è stato medico di famiglia ad Albino fino allo scorso mese di maggio, quando è andato in pensione. Conosciuto e stimato in città per la sua attività di cura e assistenza sanitaria, ma soprattutto per la generosità e disponibilità che ha manifestato verso i suoi assistiti, che lo ricordano e lo rimpiangono ancora adesso, Vincenzo Russo, dopo 37 anni di onorato servizio ad Albino, ha appeso il camice e lo stetoscopio al chiodo.
La redazione di Paese Mio lo intervista per conoscere la sua storia professionale, ringraziandolo per quanto di buono ha fatto per la comunità albinese.

Come è arrivato ad Albino?
Mio padre era sottufficiale dei Carabinieri e la mamma casalinga. Dopo molte destinazioni in provincia di Bergamo, la mia famiglia si è trasferita ad Alzano: avevo 14 anni. Ho frequentato il liceo scientifico “Amaldi”, e mi sono diplomato Intanto, nel 1978 mi sono sposato: mia moglie è Virginia Azzola, di Albino, un’imprenditrice. Per inciso, ho una figlia, Valentina, impiegata nell’azienda di famiglia. Nel 1980, mi sono laureato in medicina e chirurgia, presso l’Università degli Studi di Milano, con valutazione di 110. Poi, nell’85, mi sono specializzato in ortopedia e traumatologia presso il “Gaetano Pini” di Milano. Quindi, ho fatto il tirocinio e il volontario per due anni presso il reparto di ortopedia dell’azienda ospedaliera “Bolognini” di Seriate. Nel contempo, nell’82, ho iniziato l’attività di medico di medicina generale nel distretto di Albino.

Perché proprio Albino?
Della città avevo apprezzato fin da subito la sua dinamicità, ma soprattutto la sua gente, semplice e diretta, per nulla ipocrita, e l’atmosfera che si respirava, tranquilla, senza stress. Inoltre, vi avevo intessuto parecchie relazioni e amicizie, che peraltro durano ancora oggi. Nell’86, insieme ad altri quattro colleghi di Albino, i dottori Marinoni, Sorlini, Seghezzi e Ganassini, veri pionieri, ho costituito il primo gruppo provinciale di Medicina di Gruppo: un’iniziativa importante, che ha fatto da guida alle successive realtà bergamasche che oggi rappresentano il gold standard della Medicina Generale. Oggi, non sarebbe altrimenti possibile gestire le nuove realtà di assistenza regionale, come la cronicità (PAI) e la Medicina Integrata. Invece, la Medicina di Gruppo offre una migliore e più completa assistenza, a 360 gradi, con corredo di impiegate, personale infermieristico è piccola tecnologia medica.

A proposito, com’è cambiato il modo di lavorare del medico di base in questi ultimi anni?
La medicina ha compiuto enormi passi avanti, in termini di diagnosi e terapie, senza dimenticare che la gente ha imparato a curare maggiormente la propria salute ed è molto più attenta alla prevenzione.

Come sente di aver vissuto la sua professione?
La mia professione è stata chiamata in tre modi diversi: medico di famiglia, medico di medicina generale e medico di fiducia. Dalla somma di queste tre caratteristiche, si ottiene il risultato di come andrebbe, secondo me, affrontato questo lavoro. Bisogna infatti essere conoscitori di tutta la medicina generale, per trovare una cura in ogni situazione; medici di famiglia, perché è fondamentale conoscere la storia clinica della famiglia di un paziente, per poi risalire alla causa del malessere. Infine, si deve essere soprattutto medici di fiducia: il paziente quando va a farsi visitare, si apre e confida volontariamente al dottore tutto ciò che si è tenuto dentro. Sta a lui, poi, il compito di ascoltarlo e saperlo aiutare. Tuttora considero la Medicina Generale la branca più bella, perché, a differenza dei medici specializzati in un singolo settore, qui si cura la persona, non la malattia precisa. Il medico di base è la persona che forse più di ogni altra entra nelle case, bussa a mille porte e conosce la storia delle varie famiglie.

E’ proprio di questo lato umano che lei ha fatto il suo punto di forza…
Beh, non dovrei dirlo, ma la cosa che più mi ha colpito, alla notizia del mio pensionamento, è stata la manifestazione di affetto dimostrata dai miei assistiti. Del resto, per tante persone la figura del medico di famiglia resta un riferimento essenziale, alla quale ci si rivolge per chiedere un parere, un consiglio e spesso una parola di conforto. A tutti i miei assistiti rivolgo un grazie; di loro avrò un bel ricordo, perché ho più ricevuto che dato.

Deve ringraziare qualcuno, in particolare?
Detto dei miei assistiti, ringrazio tutto il personale dello Studio Medico di via Volta (prima, era in via Mazzini, ndr). Inoltre, voglio ricordare con soddisfazione l’esperienza, ormai conclusa dopo tre anni, di consigliere di amministrazione della Fondazione Honegger. Un’esperienza formativa, grazie all’aiuto che mi hanno dato il presidente Tiziano Vedovati, i consiglieri Stefano Vismara, Davide Carrara e Carlo Zanardi e tutto il personale. E saluto tutti i colleghi che ho incontrato, mentre, dalla cattedra, svolgevo il compito di docente e animatore di formazione per conto della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), come pure i neolaureati iscritti al corso triennale di specializzazione in Medicina Generale che mi hanno conosciuto come loro tutor.

E, ora, tagliato il traguardo della pensione, cosa farà?
Mi dedicherò di più alla famiglia, alla nipotina e agli amici. Curerò di più i miei hobby: viaggi, pittura e scultura, che già pratico da anni. Alcuni quadri sono esposti nel mio, ormai vecchio, studio.

E i sogni nel cassetto?
Un lungo viaggio in moto da Venezia a Pechino e un’esperienza di volontariato medico all’estero.

T.P.