Amarezza e disagio, per un’emergenza che hanno spesso affrontato “a mani nude”, senza informazioni adeguate, direttive univoche, un coordinamento che avrebbe dovuto essere necessario ma che è sistematicamente mancato, la dotazione di dispositivi di protezione individuale che avrebbe dovuto essere prioritaria e invece continua ancora a latitare.
Così, molti medici di famiglia giudicano il loro lavoro nei mesi più devastanti dell’epidemia Covid-19. E, poi, la solitudine che hanno provato insieme ai loro assistiti, l’angoscia e la paura condivise, il dramma aggiuntivo di colleghi che si sono ammalati e poi sono morti, le richieste cadute nel vuoto. Mesi terribili anche per loro, così come per chiunque è stato in prima linea su un fronte fortemente drammatico, anche per i ritardi e l’improvvisazione della politica, in una gestione della sanità pubblica che si è mostrata deficitaria e contraddittoria. Mesi di stress, che ora si stanno allentando, ma che non vanno dimenticati. Mesi che hanno riproposto con forza il ruolo delicatissimo e meritevole di considerazione e rispetto dei medici di famiglia, che è doveroso ringraziare per quanto fatto e dovranno continuare a fare, si spera in un contesto generale più organizzato e lineare.
A tal proposito, abbiamo intervistato il Dottor Guido Marinoni, medico di medicina generale, attualmente in pensione, specialista in Allergologia e in Medicina del Lavoro, componente del Comitato Etico di Bergamo e componente del Comitato tecnico scientifico di Regione Lombardia. Ben conosciuto e apprezzato ad Albino per aver svolto il proprio lavoro per tanti anni, Marinoni dal 2018 è Presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Bergamo e dal 2001 ad oggi è componente del Comitato Centrale della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo). Una figura importante che, oltre al illustrare il ruolo del medico di famiglia, può spiegare ai lettori quanto è successo in Val Seriana e illustrare le strategie da adottare nelle prossime fasi dell’emergenza.

Innanzitutto, chi è il medico di famiglia?
Il medico di famiglia, noto come medico di medicina generale (MMG), in riferimento alla specializzazione, o medico di assistenza primaria (MAP), in riferimento al ruolo all’interno del Servizio Sanitario Nazionale , è un medico specialista nella disciplina della medicina generale che presta assistenza sanitaria sul territorio rivestendo il ruolo di medico curante. Il medico di assistenza primaria è il responsabile della cura globale della persona, rappresenta l’accesso del cittadino al sistema sanitario nazionale e ha il compito di coordinare sotto la sua responsabilità l’intera vita sanitaria dei suoi pazienti. In tutta Europa, per svolgere l’attività di medico di famiglia, oltre alla laurea in medicina e chirurgia, è necessario un corso di formazione post-laurea, di durata triennale, in Italia gestito dalle Regioni. In Italia, nell’ambito delle sue funzioni, il medico di assistenza primaria è un incaricato di pubblico servizio, che, per alcune attività, svolge le funzioni di pubblico ufficiale e riveste il ruolo di medico curante, ovvero il medico che ha il compito di concordare con il paziente una strategia diagnostico-terapeutica complessiva.
Chi sia in concreto, però, lo sanno bene i cittadini che quotidianamente lo hanno come punto di riferimento, lo sanno i sindaci, lo sanno forse meno coloro che, da lontano, programmano le scelte sanitarie.

Qual è la realtà dei medici di famiglia in Val Seriana?
Nonostante la carenza di medici, in Val Seriana la presenza è ancora capillare e diffusa, ed esistono realtà organizzate di “medicina di gruppo”, che mettono a disposizione personale di studio ed orari estesi di presenza. Molti medici si sono organizzati in cooperativa, strumento societario che consente, oltre all’organizzazione degli studi e del personale, di ottimizzare la gestione della cronicità e di iniziare attività di telemonitoraggio e di telemedicina. Una realtà, quindi, che consente punti di riferimento precisi per i cittadini, ma che non sappiamo per quanto tempo sarà ancora sostenibile. In Bergamasca, infatti, il pensionamento dei medici sta mettendo in crisi il sistema delle cure primarie. Molti dei medici attualmente in servizio hanno iniziato la loro attività fra gli anni ‘70 e ‘80, con la legge 833/78 (la “riforma sanitaria”), e hanno raggiunto o stanno raggiungendo l’età pensionabile (tra i 62 e i 70 anni, secondo le regole dell’ENPAM, l’ente previdenziale dei medici). Purtroppo, mancano i sostituti. Da oltre dieci anni gli Ordini dei Medici hanno sollevato il problema: a fronte di un numero sufficiente di laureati in Medicina e Chirurgia, l’accesso alle specializzazioni e al corso di formazione specifica in medicina generale è stato assurdamente limitato. Solo a partire dal 2018 si è passati, a livello nazionale, da 900 a 2000 posti/anno, che avrebbero consentito, nel giro di 5-6 anni di rimediare, almeno parzialmente, all’esodo dei colleghi. Nei decreti di queste settimane, però, il Governo si è dimenticato di reiterare questi posti, che sono tornati ad essere 900 all’anno. Così, si arriverebbe di fatto alla scomparsa della categoria. Le Regioni hanno proposto un emendamento che ripristina i posti necessari: speriamo. Nel frattempo, si potrebbero reclutare medici nelle realtà del Sud, dove il problema della carenza di medici è spostato di qualche anno rispetto alla nostra realtà, ma la Lombardia non sembra essere molto attrattiva: le spese professionali sono alte e la parte regionale della retribuzione dei medici è tra le più basse in Italia. Inoltre, offerte molto più vantaggiose vengono dagli altri Paesi europei.

Che rapporto intercorre fra medico di famiglia e territorio?
Al di là delle chiacchere, il medico di famiglia è l’unico reale presidio sanitario territoriale. Oggi, si sono accorti tutti, in teoria, dell’importanza del territorio, e tutte le professioni sanitarie si stanno proponendo come supporti o, addirittura, alternative. La realtà è che il medico di famiglia rimane l’unico presidio insostituibile, soprattutto nelle aree come la nostra. Spesso, però, la politica sembra non accorgersene: con i medici di famiglia ci sono pochi nastri da tagliare e pochi voti da gestire! L’attività andrebbe potenziata con più personale, soprattutto infermieri sul territorio, che lavorino insieme al medico e non in presìdi distanti, e personale amministrativo che si occupi delle infinite pratiche burocratiche. Inoltre, la medicina di famiglia andrebbe riorganizzata, per rendere più omogenei i servizi erogati (oggi, troppo variabili tra un’area e l’altra e tra un professionista e l’altro) e più diretti i contatti con il Dipartimento di cure primarie e con i Comuni.

Che ruolo hanno avuto i medici di famiglia durante l’emergenza Covid-19?
Hanno avuto un ruolo fondamentale e misconosciuto. Si sono trovati a gestire a domicilio pazienti con polmoniti spesso importanti, ma che, nei giorni più bui della pandemia, non potevano essere ricoverati per la saturazione delle terapie intensive e semintensive. Mancavano le bombole per l’ossigeno liquido. I medici non avevano dispositivi di protezione individuali e non potevano acquistarli, in quanto tutti quelli reperibili sul mercato venivano destinati agli ospedali o ad altri usi di protezione civile. Rischiavano la vita per curare i loro pazienti. Affrontavano il dilemma tra abbandonare i loro assistiti o compromettere la propria salute, rischiando anche di diventare involontari diffusori del contagio. Non avevano linee guida e indicazioni di comportamento. Nella nostra provincia, su circa 600 medici di famiglia sono morti in 6 e, tra forme lievi e forme gravi, si sono ammalati in 150.

Come è stata gestita l’emergenza Covid-19?
Bene per quanto riguarda il potenziamento delle terapie intensive e semintensive, grazie all’impegno di medici e infermieri degli ospedali pubblici e privati. Sono stati fatti miracoli. Malissimo per quanto riguarda il territorio. Non si è fatta una politica di tracciatura e di isolamento di casi e contatti, che avrebbe necessitato sin dall’inizio della disponibilità di tamponi sul territorio che, invece, in quel momento, erano riservati solo agli ospedali. Sulla mancata chiusura di Nembro e Alzano si sono scritti fiumi di inchiostro. Altrettanto si può dire per l’incerta e contraddittoria gestione delle RSA. I medici e i direttori sanitari di queste strutture sono stati abbandonati a se stessi. Dei medici di famiglia e dello stesso dipartimento di cure primarie, anch’essi abbandonati, abbiamo detto. Penso che sulla base di questo tsunami, che ha rappresentato un grande stress test, l’organizzazione della sanità lombarda, così come disegnata dalla legge regionale 23/2015, con la divisione tra ATS e ASST e l’indebolimento dei dipartimenti di igiene e prevenzione, sia profondamente da rivedere.

Quali sono le strategie da adottare in questa fase “soft” dell’emergenza? E quali, in futuro, nel caso ritorni una nuova ondata di contagi?
In questa fase penso vadano mantenute le misure di protezione individuale, che, almeno in Val Seriana, mi sembrano di norma rispettate. Bisogna continuare ad evitare gli assembramenti e i grandi eventi. E’ necessario riprendere le fila della gestione dei pazienti cronici, di fatto abbandonati per tre mesi, riprogrammando controlli e monitoraggio, magari con l’aiuto della telemedicina. I problemi verranno con l’autunno: a novembre (COVID o non COVID), la gente, come sempre, riprenderà ad avere la febbre, e tutti i casi saranno di fatto sospetti (all’inizio è impossibile una distinzione su base clinica). Bisognerà avere subito a disposizione un gran numero di tamponi, per limitare nel tempo gli isolamenti, con risposte in tempi brevissimi: diversamente rischiamo gravi danni anche all’economia. Sarà necessario vaccinare il più possibile per l’influenza. A parte i noti benefici della vaccinazione, vaccinando si diminuiranno i casi di febbre e la necessità di tamponi e di isolamenti. Anche mantenere le mascherine diminuirà la circolazione di tutti i virus, non solo del COVID, e quindi diminuirà le febbri. Le vaccinazioni, però, dovranno essere effettuate con il distanziamento, evitando gli assembramenti. Andrà valutata l’idoneità dei locali per eseguirle e dovranno essere garantite le sanificazioni. In qualche caso, potrà essere necessaria la collaborazione dei Comuni per mettere a disposizione locali adeguati e per regolamentare gli accessi. Comunque, ci vorrà più tempo, quindi sarà necessario iniziare presto.

Chi deve gestire la sanità? Lo Stato centrale o la Regione?
Il centralismo di Milano non è molto diverso dal centralismo di Roma. Credo in una sanità vicina alle comunità locali. Ricordo con nostalgia le vecchie USSL. Le ASL erano comunque più vicine al territorio rispetto all’organizzazione attuale. Credo anche nella necessità di una forte programmazione centrale dell’organizzazione sanitaria, a Roma o a Milano cambia poco: una programmazione che creda nel territorio, non solo negli ospedali ad alta specializzazione. Negli ospedali non serve solo l’alta tecnologia, servono anche gli internisti e i geriatri. Servono i medici di famiglia, organizzati e supportati, vicini alle amministrazioni locali.

E qual è il suo sogno nel cassetto?
Non ho grandi sogni personali, ho solo tanta voglia di concretezza. Vorrei che noi bergamaschi tornassimo ad essere un popolo di persone forti, non gente che rincorre i like e che chiacchera: vorrei che ci ricordassimo della nostra storia e di quello che ha fatto proprio la generazione che abbiamo perso con il COVID-19.

Tiziano Piazza