(Eleonora) Lola Delnevo, classe 1980, da Arcene, dove è nata e cresciuta, si è trasferita ad Albino da alcuni mesi. Un grande acquisto per tutta la comunità, in particolare quella sportiva, lei che è conosciuta nel mondo della montagna come free-climber, amante degli sport “outdoor”, ma soprattutto ex-scalatrice. Eh, sì. Era il 19 marzo 2015, durante l’ascesa ad una cascata di ghiaccio in Val Daone con due compagni di cordata, un blocco di roccia e ghiaccio si è staccato, trascinando tutto il gruppo per un trentina di metri. La diagnosi per Lola è stata subito chiara: colonna vertebrale spezzata, paralisi.
Ma ecco chi è veramente Lola, una donna che non si è arresa: ricoverata prima a Trento, poi a Mozzo, vicino a casa, ha iniziato una forte riabilitazione. Se prima dell’incidente la sua vita andava a mille, ora ha accelerato ancora di più. Sempre tanto sport, kayak e pallacanestro in carrozzina con il gruppo SBS Bergamo, e ancora montagna, una passione che non si è mai fermata.
Di fronte a questo esempio di vita, era logica un’intervista, per far conoscere agli albinesi chi è veramente Lola Delnevo.

Intanto, quando si è avvicinata alla montagna?
Da piccola, sciando con i miei genitori e mia sorella (gemella). Poi,
durante gli studi universitari, ho voluto provare ad arrampicare, seguendo un corso del CAI di Treviglio. Prima semplici escursioni, poi alcune scalate sulle Orobie, sulla Grigna e sulle Alpi, e non mi sono più fermata! Intanto, mi sono laureata in Scienze Ambientali e PhD in chimica.

Come spiega la sua passione per la montagna?
È una sensazione difficile da descrivere (credo) per chi non è un vero appassionato di alpinismo. La montagna è una combinazione di sport, conoscenza di sé, libertà, fuga dalla vita quotidiana. E’ vedere dall’alto paesaggi inviolati, dopo aver trascorso vie in parete con i tuoi amici o soci. E’ condividere i viaggi con loro e prepararsi alla prossima via… e godersi una birra insieme, spensierati al rifugio o al bar dopo la salita! È una passione che si autoalimenta: più ne fai, più ne faresti, più riesci a scappare dalla caos della città e più sei soddisfatta. Ovviamente, parlo da arrampicatrice che ha vissuto la sua passione nel tempo libero, né come lavoro, né come atleta.

Quali sono state le sue imprese?
Nessuna impresa. La passione per l’alta montagna mi ha portato ovviamente a scalare delle montagne anche importanti. Ma l’impresa è un’altra cosa: è riuscire a fare vie nei tuoi obiettivi.

Poi, l’incidente in Trentino…
Sì, in Val Daone, dove stavo risalendo su una via di misto (ghiaccio+roccia) con due amici: il ghiaccio si è staccato e ci ha trascinato giù per parecchi metri. Nella caduta mi sono spezzata la spina dorsale, rimanendo paralizzata. La convalescenza è stata abbastanza lunga: prima ospedale, poi riabilitazione.

E, cosa più strana, la voglia di scalare ancora…
Merito di alcuni miei amici, Diego Pezzoli e Mauro “Gibe” Gibellini, che hanno voluto farmi passare ancora qualche giorno in parete con loro e la voglia di non perdere almeno la possibilità di farmi portare su, di nuovo sul verticale. Così, ho accettato il loro invito di scalare “El Capitan”, nella Yosemite Valley, in California (USA), da generazioni, “il paradiso del climbing”: un colosso di granito, una parete dai quasi 1.000 metri d’altezza, un monolito di roccia dove sono state aperte più di 70 vie d’ascesa, che arrivano a toccare il nono grado di difficoltà, il più difficile in questa disciplina.

E come è andata la salita?
L’idea mi è stata prospettata da Diego e “Gibe” l’ultimo giorno che ero in ospedale: salire la “Via Zodiac”, una tra le più impegnative del mondo. In verità, già percorsa da climber con problemi di paraplegia, perché la sua parete è strapiombante verso l’esterno e permette un’ascesa non a ridosso della roccia. Un primo tentativo in tre nel 2016, ma ci siamo fermati al 5° tiro di corda, dei 15 presenti in parete. Serviva una persona in più, per potercela fare. Così, nel 2017 si è aggregato Antonio Pozzi, esperto scalatore di Zurigo. E in quattro siamo arrivati in cima, dormendo anche due giorni in parete e facendo gli ultimi tiri di corda completamente al buio, alla luce delle lampade frontali.

Da allora, quali altri progetti?
Non tanti, perché purtroppo la logistica adesso è più complessa e anche trovare un buon team “costante”, con cui affrontare di nuovo queste esperienze, è difficile. Tutti noi lavoriamo, abbiamo famiglia, e le tempistiche diventano molto lunghe.

Cosa è “Quote e ruote”?
Un progetto che stiamo cercando di avviare in collaborazione con il CAI, con lo scopo di creare una sorta di punto di riferimento per i disabili motori, soprattutto in carrozzina, che vorrebbero (ri)frequentare la montagna.

Per il futuro cosa bolle in pentola?
Non ho fortunatamente il vizio di guarda troppo in là, per cui mi godo le occasioni che mi si creano strada facendo. Ora, oltre a questa esperienza come para-climber (che spero prima o poi di ripetere), ci sono il kayak e lo sci.

Qual è il suo sogno nel cassetto?
Poter scalare una parete all’anno!

Tiziano Piazza