L’estate 2017 è stata anomala. Anomala per il gran caldo che ha fatto, per il forte tasso di umidità e per la siccità che ha accompagnato i mesi estivi. E a nulla sono valsi i pochi temporali che hanno flagellato le Alpi, anche con danni, ma senza ripercussioni significative sul clima torrido in generale. Solo in montagna, in alta montagna, si è avuto un po’ di refrigerio. Così, noi del CAI Gazzaniga siamo stati più fortunati di altri e, avendo trascorso le ferie in montagna, abbiamo sofferto meno il caldo rispetto ai nostri colleghi rimasti intrappolati nel caos della città o in vacanza al mare.
Le gite, le escursioni e le arrampicate si sono svolte tutte in alta montagna ed io, Stefano detto “Guru”, con l’amico Marco, detto “Markino”, l’estate l’abbiamo chiusa in bellezza, salendo, a fine agosto, la “cima grande” di Lavaredo.
Come tutti sanno, le Tre Cime di Lavaredo sono probabilmente le montagne più famose e affascinanti delle Dolomiti e conquistare la vetta della cima più alta è senza dubbio sempre una bella impresa, considerando non solo il dislivello ma anche il notevole sviluppo. Esse, poi, sono considerate un tesoro naturale unico all’interno del Patrimonio Naturale dell’Umanità “UNESCO Dolomiti”.
La gita è stata divisa in due giorni. Il primo siamo partiti dal Lago di Misurina, siamo passati per i rifugi Col di Varda e Fondo Savia, abbiamo percorso il sentiero attrezzato Bonaccossa ed abbiamo raggiunto il rifugio CAI Auronzo, dopo cinque ore di cammino; qui abbiamo pernottato. Lo stesso rifugio, che è posto a 2.298 metri, può essere raggiunto più comodamente in auto da Misurina, ma pagando un pedaggio di 25 euro, che noi abbiamo preferito spendere diversamente, e farci una bella sgambata peraltro molto panoramica. Il giorno seguente siamo partiti alle 7 e abbiamo raggiunto la base della Cima Grande di Lavaredo. Qui, dopo i preparativi di rito, corda da 60 metri, casco, imbragatura, moschettoni, qualche rinvio e il discensore, abbiamo iniziato l’attacco della parete Sud-Est lungo la via normale. Questa si sviluppa per quasi tutto il tratto su II e buon III grado (PD/III – III obbl.) per un dislivello di 600 metri. Si parte, infatti, da quota 2.400 metri, per raggiungere le vetta che è posta a 2.999 metri. L’ascensione non risulta particolarmente difficile, anche se impegnativa. L’arrampicata è gradevole e si gode un panorama invidiabile sui vicini gruppi dolomitici e sullo spettacolare versante Est della Cima Piccola. Solamente pochi tratti si presentano impegnativi, ma alcuni chiodi messi a protezione assicurano la salita, che è sempre su parete, canali e numerosi camini, crestine e cenge.
Il tragitto è segnato a tratti da un evidente sentierino o traccia, da segni colorati sui massi e da mucchietti di sassi (“omini”) che però a volte bisogna saper individuare per rimanere sulla via giusta. Sulla cima svetta una bella croce in farro battuto, mentre il panorama è a dir poco eccezionale e spazia a perdita d’occhio su tutte le Dolomiti.
La discesa non presenta particolari difficoltà e avviene quasi esattamente lungo la via di salita. Le calate si effettuano in corda doppia o mezza corda da 60 metri.
Una salita divertente, emozionante e bella, al pari di molte altre vie delle Dolomiti, palestra di roccia di arrampicatori, funamboli e incoscienti come noi.

Stefano Todaro