Come detto nella precedente puntata, nonostante il capitano Giovanni da Lezze, descrivendo Bergamo e il suo territorio per il Senato Veneto nel 1596, segnalasse a Cene ben quattro mulini, in realtà, nei documenti finora trovati, si ha traccia solo di due mulini, collocati entrambi in prossimità del torrente Doppia, che scorre in Valle Rossa, del quale sfruttavano l’acqua appositamente incanalata.
Già abbiamo illustrato il primo, che sorgeva nella contrada detta appunto “ai Molini” (i Mülì) ed apparteneva alla Misericordia di Cene, come si ricava dal Catasto Napoleonico e dal Catasto Lombardo Veneto. Ora, parliamo del secondo mulino del paese, che si trovava nella via della Chiesa, poco prima del ponte, sulla sinistra.
Nell’anno 1700, il parroco don Rinaldi allega alla sua relazione per il vescovo in visita pastorale l’elenco delle terre appartenenti al beneficio parrocchiale, ricavato dall’estimo del 1669. Nel manoscritto si legge: “Una tavola di terra aradora nella Nesca lasciata dal signor Antonio Rillosi per il danno del taglio fatto sotto la Chiesa del fiume della Doppia per servizio del molino del detto Rillosi per dare loco da correre l’acqua della serriola…”. Quindi nel corso del Seicento il mulino apparteneva ad un Rillosi, che aveva dato un pezzo di terra alla parrocchia per avere in cambio un lotto necessario per la realizzazione del canale, che doveva portare l’acqua dalla Doppia al mulino.
I Rillosi erano ricchi imprenditori tessili di Vertova, dove possedevano folli per la lavorazione dei panni lana. A Cene, oltre al mulino, avevano numerose terre e un palazzo nel centro del paese, nell’attuale via Marconi n° 4/6, denominato “ol Palàs”.
Il complesso del mulino era delimitato da un muro, nel quale si apriva un portale con arco in pietra. Su di esso era scolpito uno stemma, così descritto da E. Poli nel suo libro: “Un leone marciante su ponte, sormontato da stelle”. Nel libro “Stemmi delle famiglie nobili bergamasche” si trova lo stemma dei Rillosi indicato con il numero 3.401 ed è lo stesso che si trovava raffigurato sull’arco d’ingresso del mulino.
Nel catasto lombardo veneto del 1853, il mulino risulta ancora di proprietà della stessa famiglia, esattamente di Rillosi Maria Emilia fu Pietro, vedova Salvioni.
Nella seconda metà dell’Ottocento, il complesso diventa proprietà dei Fanti, come si ricava da documenti rinvenuti nell’archivio comunale. Il 19 febbraio 1912, il Consiglio Comunale, guidato dal sindaco Eustacchio Capitanio, prendeva in esame una richiesta presentata dai proprietari di terreni che si trovavano oltre la roggia del mulino. Questi chiedevano che si ricostruisse il ponticello in pietra necessario per superare il canale. Nel verbale si legge che il mulino, già di proprietà di Fanti Ippolito, ora apparteneva alla signora Melania Fanti maritata Massieri.
Così sappiamo che esso è passato, attraverso un matrimonio, alla famiglia Massieri; infatti, è ricordato dai cenesi più anziani come “ol mulì del Massiéri”. L’ultimo mugnaio è stato Adeodato Massieri, che ha cessato l’attività prima del 1950.
Nell’Ottocento, le donne della contrada San Rocco andavano a lavare i panni nel canale del mulino, sul quale era posto un lavandino in pietra, finché nel 1898 il Comune decise di costruire un lavatoio vicino al ponte del torchio, dove si trova tuttora.
Rosa Peracchi