Nel X secolo, in Europa, si diffuse l’uso della ruota idraulica che, sfruttando la forza dell’acqua, era in grado di far funzionare mulini, magli, mantici, pompe. Nei villaggi cominciarono a sorgere mulini, dove i contadini portavano a macinare i cereali prodotti nelle “terre aradore”.
Il capitano Giovanni da Lezze, descrivendo Bergamo e il suo territorio per il Senato Veneto nel 1596, segnala a Cene ben quattro mulini. In realtà, nei documenti si è trovata, finora, traccia solo di due mulini, collocati entrambi in prossimità del torrente Doppia, che scorre in Valle Rossa, del quale sfruttavano l’acqua appositamente incanalata.
Uno di essi sorgeva nella contrada detta appunto “ai Molini” (i Mülì) ed apparteneva alla Misericordia di Cene, come si ricava dal Catasto Napoleonico e dal Catasto Lombardo Veneto.
Nell’archivio del Comune di Cene, grazie alla collaborazione dell’archivista volontario Renato Allegri, abbiamo trovato alcuni documenti interessanti, per ricostruire la storia del mulino alla fine dell’Ottocento.
Infatti, il 27 novembre 1881, nell’ufficio della Congregazione di Carità (o Misericordia), si riunirono i membri di amministrazione della stessa, cioè i signori Alborghetti G.Battista presidente, Fanti Bortolo, Marchi Benedetto, Capitanio G. Battista.
Essi decisero di accettare la proposta avanzata dal signor Giuseppe Gamba di Vall’Alta, per l’acquisto del mulino per la macinazione del grano e macina da olio, con annessa casa rustica, di proprietà della Congregazione.
Gli edifici in questione risultavano di aggravio all’Opera Pia, in quanto avevano bisogno di continui lavori di manutenzione, sia per l’età che per i danni subìti in seguito all’alluvione del 14 settembre 1878, quando il torrente Doppia aveva allagato interamente sia il mulino che la casetta attigua. Inoltre, la somma ricavata dalla vendita si sarebbe potuta investire per ricavarne una rendita, senza alcuna spesa.
La vendita avvenne mediante pubblico incanto nell’ufficio della Congregazione di Carità, posto in contrada San Rocco, il giorno 8 maggio 1882, col metodo dell’estinzione della candela vergine.
Il sig. Giuseppe Gamba fu Ambrogio offrì la somma di £ 2.100, pur conoscendo lo stato di grave deperimento del mulino, perché spinto dall’affetto che lo legava a quel luogo, avendolo gestito in affitto per molto tempo.
Alla fine, però, si aggiudicò l’acquisto il sig. Angelo Gamba fu Giuseppe, mugnaio di Vall’Alta, con un’offerta di £ 2.240.
Successivamente, il mulino passò in eredità al figlio Tranquillo Gamba, che lo mantenne in funzione fino al 1963, dopo averlo ricostruito nel 1934, in seguito ad un rovinoso incendio.
Nel 1971, il sito venne acquistato dalla ditta Sitip, che vi installò una turbina per produrre energia elettrica. L’abitazione del mugnaio è stata concessa come sede all’associazione Alpini di Cene.
Accanto al mulino si trovava l’edificio che ospitava il maglio (ol mài). Questo era un grosso martello con un lungo manico, azionato dalla forza dell’acqua e utilizzato per battere il ferro incandescente e dare forma ad attrezzi, soprattutto di uso agricolo.
Il maglio sfruttava la stessa acqua, incanalata dal torrente Doppia, che azionava anche il mulino. L’ultimo proprietario, il signor Giovanni Rossi, che fu anche sindaco di Cene dall’anno 1949 al 1956, morì nel 1964 in seguito a tragico incidente sul lavoro. Successivamente, l’amministrazione comunale gli intitolò il “vicolo Rossi”.
Tornando al Luogo Pio Misericordia, va detto che esso possedeva anche una “casa col torchio” (la cà del tórcc), che si trovava, secondo il Catasto Napoleonico, “al ponte di Cene”. Si intende il ponte che passa sopra la Doppia, nell’attuale via Fanti, nei pressi del vecchio lavatoio. Infatti, tale ponte era noto agli anziani come “ol put del tórcc”.
Nel torchio si spremeva l’uva prodotta nelle “terre vitate” del paese, per ottenere vino, non molto in verità. Il Da Lezze dichiara che “[…] si raccoliono grani per sei mesi e castagne mille sacchi e più, vino quasi per uso […]”.

(continua)
Rosa Peracchi – Circolo Culturale Insieme per Cene