Il Cibo dei poveri

L’alimentazione dei secoli scorsi costituiva il punto d’incontro tra un’agricoltura povera ed una vasta cultura contadina, che sapeva sapientemente utilizzare e valorizzare ogni minima risorsa offerta dal bosco e dal sottobosco, dal prato e dal torrente, dal campo e dal piccolo allevamento domestico, in una continua sfida con la prepotenza delle stagioni e l’iniqua distribuzione della terra. “La polenta buida, la polt, i teedei in dol làc, la panada, la turta dè sanch, i lömàghe, la casöla e la bigiola, i sicorie coi ciape dè öf, i bigoi dè l’ai e i lösertì co la fritada”, piatti domestici simbolo di un’epoca ormai consegnata con qualche nostalgia alla storia. Alimenti poveri, cibi sani, vivande umili, ma ricche della sapienza secolare di donne chiamate ad inventare ogni giorno qualcosa, da mettere sulla tavola di famiglie numerose, che nella fame, compagna di vita quotidiana, trovavano sempre un buon appetito. L’ora di pranzo e di cena arrivava tutti i giorni inesorabilmente. Si mettevano le gambe sotto il tavolo per mettere qualcosa sotto i denti. “Polenta e pica sö”, menù di ogni giorno dei nostri nonni e bisnonni. Dietro le case si potevano vedere ortaglie gelosamente curate. “La festa al sunì”, l’uccisione del maiale, costituiva con l’allevamento dei “caaler”, dei bachi da seta, le uniche risorse per pagare i debiti di tutto l’anno. La povertà e la miseria non conoscevano le malattie del benessere: il diabete, lo stress, il colesterolo, l’ansia, l’affanno che crea esaurimento e depressione. Nel limite del possibile ci si aiutava, la povertà univa, oggi il benessere allontana, ognuno pensa solo per se. Si aveva particolare devozione a S. Eurosia protettrice dei frutti della campagna. Sulla porta della stalla vi era il quadretto di S. Antonio abate vestito da cappuccino, con il suo maiale, il cavallo e le oche. In primavera la processione delle Rogazioni nella campagna: “A fulgure et tempestate, libera nos Domine”, (liberaci o Signore dai fulmini e dalla tempesta), Il Giovedì Santo i bambini portavano a benedire le uova colorate. Rosse perché bollite con le bucce delle cipolle, verdi perché bollite con le cicorie del prato. Erano state poi pitturate dagli artisti in erba con un estro da fare invidia ai più bravi miniatori medioevali. Chi non ricorda le urla di gioia dei bambini la mattina del giorno di S. Lucia. La sera della vigilia si preparava il fieno e si andava presto a letto per lasciare il tempo all’asino di mangiare, sperando di avere più doni. Di notte se si svegliava un bambino erano urla, svegliava tutta la casa, tutto il paese. “Mama, Mama! l’è pasàt S. Lösea! egnì a ét, Madona, Madona quace laùr”. Ci si accontentava di poco: “du portogai”, poche noci, qualche nocciola, i “salta sö, i ciche, öna braghina nöa” e la matita. Il bambino dai zoccoletti, con i pantaloncini slavati e pieni di pezze, era più contento di un Re. I genitori, i nonni, quelli di casa (più contenti dei bambini), erano tutti abbracciati e baciati ed avevano il loro d’affare per tacitare i bambini. Finiti i lavori della campagna, intere famiglie venivano a Desenzano alla festa dell’Apparizione “a troà la Madona” e dopo le devozioni, alla “fiera”. Si comperava “ol turù, ol filato, ol crocànt dol Quaranta…” e poi dalla Martina a mangiare la “büsèca coi codeghe e i fazoi”. Sulla mulattiera della Ripa, slegati i muli, legato il cane, vi erano i carri con sotto la lanterna e vicino un piccolo fuoco dove in un “perölì”, un pentolino, cuocevano “ i nozèc ”. Si mangiava “ol polentì col salàm de cà”, il salame fatto in casa, “ es biia ol vi dé isabéla”. Di notte, stanchi, con i bambini piccoli a fianco, si dormiva “söl carèt”. Si era poveri ma quante cantate a squarciagola si facevano sulla Cornagera e al ritorno di monte Altino. Oggi, “per poter morire in salute” bisogna mangiare di meno e non stare troppo “sulla sua”.

 

Nellio Carrara