Dopo i cinque virtuali percorsi ad anello sulla fascia collinare che va da San Rocco al Mozzo, l’allenamento ci permetterà di salire un poco più in alto a esplorare la fascia meno antropizzata, ma con un ruolo parimenti importante nell’economia integrale del nostro territorio, nell’evoluzione del rapporto dei nostri antenati con queste terre ”buschive, montive, cornive, pascolive, segabole o magrive”, decisamente più povere, ma più preziose, più responsbili dell’equibrio ecologico. Si dice che, se la montagna è sana in alto, si gode la salute anche in basso.
GIà nel medioevo gli uomini, sensibili ai problemi della montagna, proteggevano il suolo, le acque, i boschi, le strade, gli alberi più utili quali il cerro, il catagno, il faggio, i vigneti e tutti gli alberi da frutta prevedendo forti sanzioni ai trasgressori. Essi cercavano poi di unire le forze per salvaguardare la permanenza delle famiglie sulle montagne, consapevoli delle conseguenze negative di esodi verso le terre più urbanizzate.
È d’obbligo citare la Confederazione di Honio come esempio di istituzione di un organismo preposto principalmente a gestire misure incentivanti lo sfruttamento compatibile di queste terre alte, con produzioni più povere, ma con attivitá indispensabili alla salute dell’ambientale. L’obiettivo era lodevole anche perché risolveva un altro problema, l’occupazione, investendo dei beni di pubblica ragione cittadini non estimati, perché nullatenenti e poveri. Facendo un confronto con l’attuale Comunità Montana, quella di Honio aveva più poteri avendo le terre montane in comunione di proprirtà. Però c’era qualcosa che non andava bene. L’aumento di situazioni conflittuali di cittadini fra loro e con il Comune rendeva duro il compito delle guardie dei boschi dotate di armi (“un revolver, una carabina e una busta di pelle con cinta”). Non si riusciva a contenere la cattiva abitudine di “boscheggiare” in eccesso e vendere la legna ricavata oltre la misura concessa per uso della famiglia. La mancanza di una sede adeguata, la debolezza dell’Impianto amministrativo burocratico e lo sfruttamento non adeguatamente controllato delle risorse (e diciamo anche un pizzico di gelosia tra due Comuni Maggiori) indussero il Comune di Bergamo a decretare, nel 1263, la soppressione della Confederazione dando luogo alla fusione degli otto Comuni in due, con sede a Vertova e a Gazzaniga. La politica della cura comune del territorio montano sopravvisse per altri sei secoli, per la giustezza dell’obiettivo, ma perdente nella forma federale. Dopo alterne vicende di separazioni e reintegrazioni ora i Comuni mediovallivi sono ridotti a cinque, numero non ancora stabile visti i tentativi, anche recenti, di unificazione delle forze e delle economie nel governo di un territorio di fatto costituente un ÷UNI÷co centro urbano. Se questo è auspicabile, anche la storia ci insegna che non è funzionale il ricorso a strutture aggiuntive o parallele, mentre lo può essere un unico ente locale politico con un unico statuto sia pure nel decentramento di particolari servizi adeguati alle esigenze e alle tradizioni locali, posto che si consideri la diversità non un ostacolo, ma una ricchezza. Questo principio vale anche per le realtà più grandi, quali l’Europa, e perché no? Il mondo. Ma veniamo al nostro itinerario.
Attraversata la Villa di Rova, dalle “terre casate, plödate et copate” (con casa, plöde e coppi), entriamo nelle “terre cerrite, castaneate, vitate, buschive, vanghive, rielate…di Honio che per Gazzaniga, come da atti notarili dell’epoca, cominciano dalla Valle del Rovaro al confine con Albino e Aviatico, continuano nella Valle Squadrù, in Campello, “ad Lachum” di San Rocco, in Valle del Rocliscione, in “Plazzo” (Plaz), Ganda, Poieto, La Forca di Aviatico, per salire alle lontane “terre montive pascolive, cornive, magrive, segabole…”, dallo spartiacque con la Valbrembana alla Valdassa, La Mandra, Val Beté, Borleda, Val de Grù, Val Vertova, Grumelli, Masserini.
Raggiungiamo Campello dove abbiamo altra volta continuato a destra la strada della “calchera” entrando nel bosco della “Costa di “Vâc” del versante nordorientale del Monte Ganda fino alle località “Gelada/San Rocco”.
Oggi continuiamo invece la strada comunale di “Gandalunga” che corre sul dorso tra il versante orientale e quello meridionale del “M. Ganda”. Si può salire lungo la strada asfaltata, ma gli escursionisti preferiscono le mulattiere, anche se ripide. Questa comincia con alcuni gradini a fianco della cascina al termine della sterrata in parte bitumata. per salire tra due file di alberi ombrosi, come quelli allora piantati per alleviare la fatica ai “cavalari”, ai “fachini”, ai
“famuli” ( famèi ) e fino dove si giunge a ritrovare l’asfalto. Poco dopo un sentiero a destra attraversa il portichetto di una cascina, raggiunge il bosco e arriva all’ingresso della nota grotta preistorica,”Büs Büsac” ampia e lunga una ventina di metri con uscita posteriore più stretta.
Se siamo fortunati incontriamo qualche cacciatore coperto con pelliccia di “ursus spelaeus”. Uno di loro, seduto all’ingresso , ci invita a comprare punte di freccia ricavate dai lapilli vulcanici del monte Misma depositati durante la formazione degli strati calcarei del Giurassico, 200/160 milioni di anni fa. Una donna invece vende collane confezionate con i denti di “Sus scrofa” o di “Cervus elaphus”.
Usciti dal comodo antro, continuiamo a salire fino alla penultima cascina, dove un sentiero ancora a destra attraversa per un Kilometro la Costa dei Vaghi, e oltrepassa la testata della Valle Squadrù. È la strada delle “Vene”, stratificazioni ricche delle pietre calcaree da cottura. È lunga, ma presenta interessi botanici, con una vegetazione prosperosa, sciafila. Al termine abbiamo la sorpresa di essere sulla strada del Rocliscione. Due passi in più per vedere la chiesetta della Madonna Addolorata, fatta costruire in luogo di una antica santella, da Don Ippolito Maffeis, ex rettore del Collegio S. Alessandro, sepolto nella adiacente cappella a sinistra. Ritorniamo sui nostri passi continuando in discesa la mulattiera se le gambe ci portano ancora fino a San Rocco e da qui, con la strada della Costa, alla accogliente piazza di Rova, che ha il piacere di riceverci e di chiudere il primo anello.
(continua)
Angelo Bertasa