La morte della M.O. Franco Briolini. Tanto tempo fa?

Siamo nel 1943, in “quel giorno di cui si è tanto parlato”, come in seguito scrisse l’alpino, scrittore e maestro di umanità, Mario Rigoni Stern nel suo Il sergente della neve. Così quel giorno fu presentato da un altro alpino, scrittore della storia dei ‘vinti’, Nuto Revelli, su “La Stampa” n. 22 del gennaio di vent’anni dopo: “L’ultima battaglia della nostra ritirata di Russia, la battaglia della disperazione e della salvezza per sfondare lo sbarramento sovietico a Nikolajewka, iniziò all’una di notte del 26 gennaio 1943”. E racconta, per chi vuol ricordare e capire, in Mai tardi.Diario di un alpino in Russia e La guerra dei poveri. Anche il nostro indimenticato Valentino Carrara nel suo Diario di un alpino. 1940-1945 ne testimonia. Così Carlo Gasparini, fratello dell’altra M.O. albinese, Vittorio, nel film Passano i soldati, girato dal figlio Luca nel 2001, con testimonianze, fra l’altro di Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli.

Siamo, settant’anni fa, al giorno della morte dell’alpino albinese, Medaglia d’Oro al valor militare, Franco Briolini. Era capitano, al comando della 49^ compagnia del battaglione “Tirano”, del 5° Reggimento Alpini, della divisione “Tridentina”.

Scrive ancora Nuto Revelli su “La Stampa”: “Il Corpo d’Armata Alpino, accerchiato da reparti corazzati aveva cominciato a ripiegare dalla linea del Don il giorno 17: in quel momento, il generale Gabriele Nasci, comandante del Corpo d’Armata, poteva contare su 57.000 uomini, nelle divisioni “Cuneense”, “Julia”, “Tridentina” e “Vicenza”. Dopo nove giorni di combattimenti e di marce in condizioni ambientali tremende, nella neve ora gelata ora sabbiosa in cui si affondava sino al ginocchio, e con un freddo fra i 30° e i 40° sottozero, le nostre truppe si trovarono decimate. Migliaia di alpini erano morti e migliaia erano stati catturati dai russi”. “Rimane organica la sola “tridentina”, anch’essa duramente provata e paurosamente ridotta in fatto di uomini efficienti, di armi e di munizioni: ad essa si accodano migliaia e migliaia di sbandati, non tutti armati, in parte congelati, stremati, che si trascinano più che camminare. In queste condizioni, la “tridentina” arrivò verso le 15 del 25 gennaio nel grosso villaggio di Nikitowka, ai margini della vasta piana nevosa che porta a Nikolajewka”. “La mia compagnia, la 46^ del battaglione “Tirano” (5° alpini), si disperse fra le isbe in cerca di un posto caldo per dormire, dopo notti e notti trascorse all’addiaccio. Eravamo partiti il 17 gennaio in trecentocinquanta e a Nikitowka ci ritrovammo in un’ottantina, di cui una decina feriti o congelati gravi. Tutti eravamo più o meno congelati. Il nostro equipaggiamento, già disastroso all’inizio della ritirata, era ridotto a brandelli. Durante gli otto giorni marcia, quasi tutti avevano gettato gli scarponi di tipo “standard”, uguali per la Russia come per l’Africa, perché i piedi congelati gonfiavano, e li avevano sostituiti con strisce o involti di coperte. C’era anche gente scalza o con i piedi fasciati di paglia”.

“Alle 4 del mattino il mio battaglione s’incolonnò pensando che finalmente iniziasse una marcia di trasferimento”. “All’improvviso piovvero sulla nostra colonna alcuni colpi di anticarro. Venivano da Nikitowka, alle nostre spalle. Vidi slitte e muli saltare in aria, e alpini morti e feriti. Ci fu un attimo di smarrimento, poi ci riordinammo le compagnie del “Tirano” mossero in formazione d’attacco verso le isbe di Arnautowo”. “Partì il battaglione: la 49^ Compagnia a sinistra, la 46^ al centro e la Compagnia Comando con la 48^ a destra. Lo scontro durò violentissimo sino alla tarda mattinata. Gli ufficiali andarono all’assalto alla testa dei loro alpini, con le armi che per il gelo si inceppavano. Il capitano Franco Briolini, di 35 anni bergamasco, comandante la 49^ morì”.

Lasciamo la parola a chi può ancora parlare, non senza retorica, alla motivazione della Medaglia d’Oro: “In un momento particolarmente critico di un aspro combattimento, ricevuto l’ordine di contrattaccare il nemico che, superiore in uomini e mezzi, stava attaccando una colonna in ripiegamento, benché conscio della sua inferiorità numerica, senza armi di accompagnamento, con poche munizioni e con uomini sfiniti dalle lunghe marce nella steppa gelida e dalle privazioni, consapevole del sacrificio, si metteva alla testa dei suoi alpini e li trascinava in assalto disperato che sorprendeva il nemico, sconvolgendone le file, mettendolo in fuga. Nel generoso ed eroico tentativo immolava la sua giovane esistenza, supremo olocausto di una delle più tipiche figure della gente della nostra montagna che addita la via del sacrificio e del dovere; morente incitava ancora i suoi alpini al grido: – Avanti alpini, viva l’Italia!”. Per alcuni particolari si vedano il Certificato di morte, riemerso dopo settant’anni dal suo archivio ( www.larchivio.com – i documenti della storia – la guerra – CSIR-Armir ) e i due libri citati di Nuto Revelli.

Lo sbarramento russo venne superato. “Nikolajewka fu una grande vittoria”, scrive N. Revelli. “Percorremmo altri 700 chilometri a piedi, sempre incalzati dai russi che stavano avanzando. Il 1° marzo raggiungemmo Gomel. Diciassette giorni dopo eravamo in Italia. La nostra tragedia era finita. Per andare in Russia, nell’estate del 1942 erano state necessarie duecento lunghe tradotte; per ritornare in patria, nella primavera del 1943, bastarono 17 brevi convogli ferroviari”.

Ogni paese del Comune di Albino lasciò là, morti, i suoi giovani: 21 del capoluogo, 7 di Desenzano, 8 di Comenduno, 4 di Bondo, 3 di Vall’Alta, 4 di Fiobbio, 5 di Abbazia, 3 di Dossello e 4 di Casale.

Questo detto per non dimenticare.

“Il messaggio dei superstiti fu la condanna dell’assurda politica di guerra del fascismo”. “Questo spiega perché le popolazioni delle valli che avevano visto morire i loro figli in Russia si schierarono subito, d’istinto, con la Resistenza. Così avvenne nelle vallate di Como, dove bruciante era il ricordo dei quattordicimila caduti e dispersi della “Cuneense”. I partigiani lottarono contro i nazi-fascisti anche per conto dei fratelli, dei figli, degli amici che erano morti in Russia”. Questo spiega l’articolo 11 dei Principi fondamentali della nostra Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Per non dimenticare tutto questo, la sede del nostro Gruppo degli Alpini è dedicata alla M.O. Franco Briolini, così come una via centrale del paese.

“Chi dimentica il proprio passato è condannato a riviverlo” (Primo Levi).

 

Gruppo Alpini di Albino