La neve e la memoria

 

La neve funziona un po’ come la nostra memoria: ammanta uomini e paesaggi in visioni ovattate, senza tempo. Su di essa si conservano tracce e impronte con la nitidezza delle parole sul foglio bianco; finché altre nevicate, di altri inverni, le cancelleranno. Era caduta molta neve nei giorni antecedenti quel 29 gennaio 1945, di cui noi oggi, vogliamo fare memoria. Di quel giorno, della vicenda che vogliamo raccontare, esiste un solo scatto fotografico; non molto, ma sufficiente per introdurci in un’ambientazione lontana negli anni, in una storia per certi versi dimenticata, proprio perché la neve di molti altri inverni si è nel frattempo depositata sulla memoria collettiva. Soffermiamoci dunque sulla fotografia: un pugno di case sullo sfondo, che paiono addossarsi le une alle altre per proteggersi dal gelo che quel mare di neve sembra suggerirci, costituiva l’allora abitato di Colzate. I gelsi, ridotti a tronchi e fronde scheletriche da quello che sarebbe stato l’ultimo inverno di guerra, vegliano come mesti spettatori un convoglio abbandonato. Per raccontare la sorte toccata al trenino della Valle Seriana e ai suoi passeggeri, occorre però riavvolgere la pellicola del tempo indietro di qualche ora rispetto alla fotografia, aiutandoci con i documenti e con le testimonianze dei supersiti di quella tragedia.  L’appassionata e puntuale opera di ricerca effettuata dall’Ing. Callisto Gatti di Vall’Alta tra le carte degli archivi dell’US Air Force ha permesso di mettere ordine e chiarezza a nomi, dati e orari di una vicenda mai del tutto chiarita nei suoi aspetti specificatamente bellici. Alle 7.20 di quel 29 gennaio, a centinaia di chilometri di distanza da Colzate, dalla pista di decollo dell’aeroporto di Pontedera (Pisa), quattro cacciabombardieri P-47 Thunderbolt, appartenenti al 27th Fighter Group, stanno decollando alla volta di Lecco. La missione dei velivoli, dotati di otto mitragliatrici e due bombe ciascuno e manovrati da piloti poco più che ventenni, rientra in quella serie di azioni belliche alleate definite tecnicamente Operation Strangle, volte a colpire bersagli strategici (mezzi di trasporto, treni, fabbriche e infrastrutture) sul territorio italiano controllato dai tedeschi per impedirne i rifornimenti alle truppe. Sorvolando i nostri territori, i cacciabombardieri raggiungono Lecco alle 8.30 circa, ma a causa della foschia non individuano i convogli che erano stati ipotizzati quali obiettivi della missione. I piloti decidono allora di perlustrare l’area del lago di Como e della Valtellina in cerca di altri bersagli militari, per non rendere del tutto vana la missione, prima di rientrare alla base. All’altezza di Colico, alle 8.45, i piloti individuano un gruppo di autocarri militari sui quali sganceranno sei delle otto bombe a disposizione (le bombe di uno dei quattro aerei non si sganciano per un problema tecnico). Terminato l’attacco, i P-47 proseguono alla volta di Sondrio e lì decidono di virare a sud, attraverso le Orobie, per fare ritorno alla base. Il percorso stabilito è quello della Valle Seriana, dove in quei minuti un malandato convoglio carico di civili sta compiendo la sua quotidiana staffetta attraverso i paesi  della vallata, congiungendo Bergamo a Clusone. Il destino vuole che quel giorno, un lunedì, il treno sia particolarmente affollato, oltre che di donne e uomini in viaggio per raggiungere il posto di lavoro, anche di numerosi sacerdoti e seminaristi che si stanno recando al funerale dell’Arciprete di Clusone, Mons. Attilio Plebani. Tra i passeggeri del treno, che possiamo immaginare assorti nei pensieri e nelle preoccupazioni quotidiane, legate al lavoro e alla guerra, serpeggia una certa inquietudine. Alcuni di questi hanno sentito degli aerei militari sorvolare la Valle quella mattina e nelle orecchie di tutti ronza costante la sirena del “grande allarme”. Pochi minuti prima delle 9, mentre il treno lascia la stazione di Vertova, i quattro cacciabombardieri appaiono sopra il Monte Farno. Stando al resoconto ufficiale della missione, i piloti scambieranno il treno della Valle Seriana per un convoglio militare. Non sapremo mai esattamente quali motivazioni spingono i piloti a prendere in poche frazioni di secondo la fatale decisione di mitragliare il treno. Sappiamo però con certezza che in quell’istante, mentre la squadriglia di aerei militari intercetta quei vagoni carichi di civili inermi, la grande storia incrocerà la piccola e quotidiana storia della nostra Valle, entrando drammaticamente nella vita di donne e uomini. Mentre il treno ha appena guadagnato il passaggio a livello di Colzate, i P-47, con perfetta sincronia, si abbassano di quota e, puntata la locomotiva del convoglio, la crivellano di colpi. Il macchinista è colpito a morte e la motrice devastata prosegue per inerzia la sua corsa per qualche centinaia di metri. Le mitragliatrici volgono poi il loro fuoco mortale, a più riprese, sui vagoni dei passeggeri. Sotto una pioggia di pallottole, tra i vetri infranti dei finestrini, in mezzo ai corpi e al sangue dei morti, i superstiti cercano riparo sotto le carrozze o fuggendo attraverso i campi, nella neve alta, verso il fiume Serio, o più a monte verso l’abitato di Colzate. La limpida testimonianza di alcuni scampati alla tragedia ci aiuta a conferire veridicità ai drammatici fotogrammi che a fatica possiamo ricostruire nella nostra mente. Le loro orecchie, a distanza di decenni, odono ancora il suono cupo della motrice del treno ormai fermo, impastato con i lamenti e le urla dei feriti e dei moribondi. Sulle loro mani pungono ancora i graffi causati dai rovi scansati con disperazione per fuggire da quel luogo di morte. Nei loro occhi si proiettano scene di corpi straziati, dolorose da riportare a galla, difficili da rendere a parole. Terminata l’azione mortifera, i cacciabombardieri proseguono il volo verso sud, unica “fortuna” nella disgrazia: non avere sganciato sul treno le due bombe ancora presenti su uno degli aerei (verranno lasciate cadere qualche minuto dopo nella bassa pianura bresciana, a pochi chilometri da Manerbio). In prossimità del treno si organizzano i primi soccorsi: i feriti vengono trasportati dapprima alle scuole elementari di Colzate, dove vengono effettuate le prime operazioni chirurgiche d’urgenza; i feriti lievi vengono ospitati dalle famiglie colzatesi, che dimostreranno umana solidarietà mettendo a disposizione quei pochi e tesserati beni di prima necessità. Successivamente si predisporrà il trasferimento di numerosi feriti gravi ai vicini ospedali di Gazzaniga e Piario. Infine i morti verranno pietosamente trasportati e composti presso la Chiesa di Santa Croce a Vertova, dove per ore si snoderà la mesta processione dei parenti per il riconoscimento.  Il bilancio riportato dall’Eco di Bergamo il giorno successivo alla tragedia è di 24 morti e 26 feriti, molti dei quali periranno nei giorni seguenti.

 

 

Alessandro Segna

Commissione Biblioteca del Comune di Colzate

BOX 1

 

In occasione del prossimo 25 Aprile, alle ore 10.30 inaugureremo a Colzate in viale Lombardia il ”memoriale 29 gennaio 1945” per ricordare il mitragliamento del treno della valle Seriana avvenuto appunto il 29-1-45 nel quale persero la vita 24 passeggeri.

Dove era il sedime ferroviario, ora corre la frequentata ciclo-via della Valle Seriana. Ci è parso doveroso installare un simbolo a ricordo della generazione meno fortunata di noi, che ha vissuto nella nostra valle.

L’installazione è piuttosto imponente, si tratta di 24 pali rossi alti circa 4 mt. ogni uno, fissati parallelamente a simulare le rotaie del treno. Opera dell’artista Francesco Lussana.

Nota significativa, è che l’installazione è realizzata quasi esclusivamente attraverso raccolta di fondi privati, da aziende locali che fornendo contributi o lavori gratuiti hanno permesso la realizzazione del manufatto.

 

Alessandro Ferrari, Consigliere delegato alla cultura

 

Francesco Lussana. Fermo immagine di un processo

Neppure l’arte più astratta sorge solo da una fonte interiore. Come in ogni arte la sua origine stà nell’azione reciproca dell’individuo e dell’ambiente ed è inconcepibile senza il sentimento.

Piet Mondrian

Stelo: concetto, racconto, soggetto. Forma assoluta, astratta rispetto alla natura, ma concreta nella certezza razionale e nella logica essenziale in struttura ridotta ai minimi termini alla radice quadrata e tuttavia spazio.

Ventiquattro steli d’acciaio, disposti su due file parallele forme aperte nello spazio lungo la linea ferrata, dove il 29 gennaio 1945, ventiquattro persone trovavano la morte sotto i colpi delle potenti mitragliatrici di una squadriglia di cacciabombardieri Americani.

Francesco Lussana si propone di dare alla forma tecnica – produttiva la qualità estetica intellettuale inserendola come presenza reale nel mondo degli eventi della vita.

Lo spazio, fabbrica, luogo propizio inteso come campo di accadimenti del tutto aperto e disponibile a un nuovo dialogo diretto con la società. L’operatività artistica gli fornisce un modello di comportamento auto diretto, su cui è possibile fondare un nuovo rapporto tra soggetto e oggetto, individuo e ambiente lavorativo.

Francesco Lussana, con una sorta di mistura tra prelievo dello sguardo e manualità, introduce nell’arte un quoziente concettuale nuovo e dirompente, che permette all’artista di considerarsi demiurgo, colui il quale può sottrarre un elemento dal processo produttivo per elevarlo nella sfera verticale dell’arte determinando la nascita di un’aura, di un senso nuovo che permette all’oggetto di viaggiare ad altri livelli e di attraversare la fantasia dello spettatore imprimendo su di essa nuove immagini e nuove possibilità.

Lussana vuole qualcosa di più di un’esperienza parziale, separata nel tempo storico in cui viviamo.

Egli cerca e trova nel luogo di lavoro un linguaggio a un processo mentale, fondamento per la sua pratica d’artista.

Lussana posa lo sguardo sui processi lavorativi, ne coglie gli aspetti mutevoli, sottolinea la differenza su  ciò che resta fermo e appartiene al passato da ciò che muta continuamente e appartiene al presente.

L’arte di Lussana si rivela forza impulsiva immediata, nell’arte del nostro tempo: un reale denaturalizzato, liberato dal caos (seppure ordinato) della fabbrica, geometrizzato e posto in alto nel luogo/spazio dell’arte.

La progressione è tempo. Il tempo, esistenza