Ad Albino, nella chiesa di San Bartolomeo nell’ambito delle iniziative legate a “Moroni 500,” dal 3 giugno al 22 agosto di quest’anno si è tenuta la mostra “Il Codice Moroni” che rappresenta l’ambiente di una bottega di pittura usata dal ritrattista per dipingere i suoi quadri. C’erano i pennelli, la tavolozza, i pigmenti per la colorazione dei tessuti, il set di posa e oggetti dell’epoca che si trovano nei suoi quadri: la forbice del sarto, le stoffe degli abiti dei personaggi che ha ritratto, due libri dell’epoca e due suoi scritti originali: il contratto della pala di Parre e un altro biglietto.
Durante il periodo della mostra la stilista albinese Simona Brena ha realizzato un abito simile a quello della principessa rappresentata nel “Polittico di San Giorgio” opera sacra dipinta nel 1575 da Moroni per la chiesa parrocchiale di Fiorano.
Chi le ha commissionato l’abito?
“L’idea di realizzare l’abito – spiega Simona – è partita da me, perché volevo dare anch’io il mio contributo alla città per ricordare il grande ritrattista albinese. La proposta è stata fatta al tavolo di lavoro Moroni 500 attraverso il comitato del Moroni , che ha accettato e appoggiato il progetto. Adesso l’abito è pronto e verrà presentato a breve; resterà a disposizione della comunità nelle occasioni Moroniane.
Realizzare l’abito ha comportato tante ore di lavoro, e una parte di questo impegno ho deciso di svolgerla la domenica all’interno della mostra, perché volevo coinvolgere il pubblico nella mia creazione. Devo dire che ho avuto dei buoni riscontri, la gente si avvicinava incuriosita.
Mi chiedevano informazioni sui tessuti, sulla foggia, sul progetto ed erano molto interessati a quello che stavo facendo. Nel quadro del Moroni si vede soltanto la schiena e parte della manica del vestito della principessa, quindi ho deciso di rappresentare piuttosto fedelmente quella parte e invece di sbizzarrirmi secondo la moda dell’epoca sulla parte dell’abito sottostante. Ho fatto delle ricerche: la principessa poteva indossare un abito che seguiva la moda veneziana vista l’influenza della Repubblica di Venezia.
Ho acquistato le stoffe a Milano e ho fatto molta fatica a trovarle, perché quelle originali sono introvabili; quelle che ho trovato riproducono più fedelmente possibile il disegno e l’effetto: per esempio la brillantezza del raso del mantello”.
Ci può descrive l’abito?
“L’abito riproduce fedelmente il mantello: è un mantello secondo la moda veneziana del 500; la spalla presenta delle alette appuntite tutte contornate da una passamaneria dorata; ha delle aperture che fanno intravedere il vestito sottostante. Il vestito a sua volta ha le maniche secondo la moda dell’epoca con gli stra-tagli delle aperture che fanno vedere lo chiffon, un tipo di seta molto leggera; nella parte davanti ha un corpino con dei lacci, aperto sul davanti.
La gonna è molto ampia e arricciata e sia la gonna, sia il mantello hanno uno strascico.
Sotto c’è anche la sottoveste, per dare volume alla gonna; ho fatto una sottoveste in lino bianco con lo scollo quadrato”.
Simona Brena si occupa di sartoria ed è una creatrice di moda: le sue creazioni sono pezzi unici.
Nel 2018 ha aperto un suo atelier–laboratorio nel centro storico ad Albino, in via Sant’Anna, che è molto caratteristico, con il soffitto a volta in tufo antico, che è stato ristrutturato di recente.
Il laboratorio si presenta come una tradizionale sartoria e all’interno si possono trovare le sue creazioni: tutti pezzi unici interamente fatti a mano, e i clienti si possono far realizzare un abito su misura.
“Da diversi anni faccio parte dell’associazione “Arte sul serio” – spiega Simona – di cui sono consigliera. All’inizio ho fatto i corsi base, poi ho sperimentato l’arte astratta ed ora dipingo molti dei miei quadri con questo stile, che si riflette anche nelle mie creazioni di moda”.

Com’era la moda al tempo del Moroni?
“A quei tempi eravamo sotto la Repubblica di Venezia; le dame vestivano con abiti e stoffe molto pesanti. Le donne indossavano la sottoveste, l’abito e il soprabito. Gli uomini utilizzavano la calza maglia, qualcosa di sottile con sopra delle braghe sempre tagliate e avevano al di sopra dei panciotti, oppure dei farsetti, che erano i giubbini dell’epoca, uguali a quello che indossa il sarto nel famoso quadro del Moroni; si usavano molto i cappelli.
Gli abiti erano fatti di panni lana di cui nella nostra valle c’era una grande produzione, e poi c’erano anche i velluti, i rasi, i broccati damaschi.
I colori erano importanti: c’erano dei criteri con cui utilizzarli.
Il colore d’eccellenza era il nero: infatti in tanti abiti moroniani si vede il nero, ma anche i colori sgargianti, perché per le tinture più brillanti serviva una lavorazione importante, cosa che non potevano permettersi i lavoratori, che utilizzavano abiti slavati”.
Simona ha realizzato inoltre “il bottone del Moroni” che è interamente artigianale: ha una base in legno lavorato, recuperato dagli assi di un bancale. Sul bottone si possono trovare i soggetti moroniani dei vari quadri e il marchio dell’ufficialità di Moroni 500; lo accompagna una pergamena che contiene una piccola descrizione del quadro, e può essere utilizzato col supporto in legno per essere appeso in casa, oppure come bottone da essere cucito sui capi.
Sergio Tosini