La via Briolini è una tra le più antiche vie di Gazzaniga. Infatti, è caratterizzata da una lunga serie di costruzioni, una addossata all’altra, espressione di una contrada fortificata. E così doveva apparire nel Medioevo, con una porta che chiudeva l’accesso nella parte sud, una nella parte nord ed una al centro, in corrispondenza con il Vicolo Scaletta. L’impianto urbanistico è pertanto riconducibile al periodo medievale con ingrandimenti nell’epoca rinascimentale.
Percorrendo la via, si contano ancora ben 32 aperture, portoni, ingressi, androni, ecc., con il soffitto ad arco, segno di un modo di costruire antico, ma efficace; e molti di questi presentano ancora spalle ed arcate in pietra viva locale. All’interno di queste entrate si ammirano spesso cortili o broli, a cui si affacciano le vecchie case con la facciata principale rivolta verso sud, con colonne e capitelli (generalmente dorici) che sorreggono i loggiati anch’essi protetti da colonnette e archetti più piccoli o balconi in legno tipici delle case bergamasche. Alcuni muri perimetrali sono stati costruiti con la tecnica della “spina di pesce”, con i borlanti del fiume Serio, sapientemente messi a file sovrapposte inclinati in modo alternato. Questa è una tecnica antica, come i muretti a secco di cui Gazzaniga è ricca.
Ma veniamo alla nostra “Via del Ferro”. Intanto, perché chiamarla così? Che riferimenti storici ci sono? E chi transitava con il ferro? Spieghiamo con ordine: la denominazione deriva dal fatto che fin dagli antichi romani e, poi, via via fino ai veneziani, la strada era percorsa da carri che si recavano a Gromo, per caricare le armi (spade, pugnali, alabarde, scudi, corazze, ecc.) che venivano forgiate nelle fucine del comune montano. Per quanto riguarda Gazzaniga la “Via del Ferro” iniziava al Rovàro, percorreva l’attuale Via Card. Gusmini, saliva per Via Briolini e, aggirata la chiesetta che esisteva prima dell’attuale chiesa parrocchiale, proseguiva in Via Dante e, poi, verso Fiorano, Vertova, ecc.
Il paese di Gromo, in quei tempi (fino al 1666), era famoso per la costruzione delle armi, in quanto il materiale ferroso arrivava dalla vicina Alta Val Seriana, da Lizzola e dalla confinante Val di Scalve; era un ferro buono (viene estratto dalla siderite, un minerale composto da carbonato ferroso: la sua formula chimica è FeCO3.) e faceva buona concorrenza alle armi provenienti da altri luoghi, soprattutto dalla Spagna, di cui i gromesi bene imitavano le forme, tanto da essere chiamata la “piccola Toledo”.
Come anticipato, a Gromo si continuò a fabbricare le cosiddette “armi bianche” fino al 1666, ma poi più nulla, o quasi (periodo della dominazione veneta), quando accadde un evento tragico quanto imprevedibile. Il giorno 1 e 2 novembre a seguito di forti piogge si innescò una grande frana sul torrente Goglio che rovinò sulle contrade di Colarete e Pranzera, arrivando fino al fiume Serio. Nel suo tragitto distrusse ben 32 fucine, dove si lavorava il ferro lungo il torrente Goglio che con le sue acque alimentava gli impianti. Da questa alluvione Gromo non si riprese più completamente e iniziò così il suo inesorabile declino come potenza artigianale per la costruzione delle armi da guerra.
Un anno ricco di eventi il 1666: a Londra, avvenne un grande incendio, che distrusse 12.000 case, ma “ripulì” la città dalla peste; a Gazzaniga, arrivò dalle catacombe romane del Venano (cripta di S. Ceriaca), per merito del ricco commerciante gazzanighese in Venezia Giacomo Gelmi, il corpo di S. Ippolito, che divenne contitolare della Parrocchia di S.Maria Assunta; sempre a Gazzaniga, il 5 agosto, avvenne il “Miracolo della Schisciada”, in località Masserini.
Oggi, la Via Briolini “l’antica Via del Ferro”, un tempo operosa e popolata, sta attraversando un periodo di lento spopolamento, nonostante siamo rimaste ad abitarla ancora numerose famiglie. La via è a senso unico, da sud verso nord, ancora viva, ricca di storia, di architettura, di angoli suggestivi e di antichi ricordi. E questi proprio non meritano di passare nell’oblio o, peggio ancora, di essere completamente dimenticati.

Angelo Ghisetti