Le memorie di Tobia

Chi era Tobia Peracchi? “Quisque de populo”, uno qualunque del popolo? contadino prima, operaio dopo, come tanti, parrebbe di sì. Allora, come può venire uno scrittore dal popolo contadino e operaio?

Per poter rispondere occorre leggere il suo libro, pubblicato a cura dei famigliari. E allora si potrà capire se per Tobia una parola della locuzione latina, ‘quisque’, può essere eliminata, lasciando l’espansione ‘de populo’.

Dal popolo proveniva, sì, ma leggendo pagina dopo pagina si evidenzia a poco a poco una persona non qualunque. Appare l’originale svilupparsi di una coscienza libera, anticonformista, matura e serena nei giudizi e coerente nelle scelte, importanti o quotidiane che siano. Coscienza di uno che viene da un popolo ancora genuino, non massificato dall’ideologia al potere o dal benessere consumistico. Si delinea un uomo solido, affidabile. Ma anche una volontà che lo rende capace di sacrificio e di duro lavoro per riuscire, per realizzarsi, capace di far tesoro di ogni conoscenza e di ogni esperienza per crescere.

Tutto questo trapela dai vari paragrafi, dalle descrizioni accurate dei vari lavori eseguiti, dalle molteplici situazioni evocate, e ogni tratto del racconto viene valorizzato, portato dalla semplicità all’arte di coinvolgere piacevolmente. Cose semplici e chiare hanno il potere di immergere nel fascino di un lontano racconto che ha del leggendario, dell’incredibile per chi non ha fatto le stesse o simili esperienze, ma emozionante per tutti.

Si aggiunga la non comune abilità descrittiva che presuppone un’attenta osservazione di ogni minimo dettaglio, una spontanea dote analitica del fatto, della persona o dell’oggetto esaminati. Insomma si scopre che Tobia sa raccontare bene cose comuni e sa renderle gustose, sa conferire immediatezza comunicativa al testo narrativo.

In tutte le descrizioni non è mai assente una sua partecipazione emotiva, che denota la passione per il fare bene ogni cosa, per lavorare non solo con le braccia, ma anche con la mente e col cuore. Indimenticabili alcune lavorazioni descritte, come quelle dell’allevamento dei bachi da seta, della mietitura e trebbiatura del grano…Sembra di sentire il profumo del pane di frumento preparato in casa, di assistere all’abbacchiatura delle noci e delle castagne…

Ma l’interesse maggiore è suscitato dall’evocazione delle situazioni storiche di sfondo, che vanno dalla metà del ventennio alla liberazione, rimanendo ancora manoscritte le memorie fino agli ultimi anni della sua vita che terminò nel 2003. È una semplice storia, ma raccontata da un testimone oculare che aggiunge qualche goccia al mare della storia del suo tempo. Gocce che rivelano una coerente maturazione dell’esercizio della libertà di fronte all’ideologia imperante che si poneva come obiettivo non la persona ma la potenza dello stato. E allora quelle gocce diventano preziose.

Quando lo stato lo obbligava alle esercitazioni ginniche come Balilla, Tobia capiva che la ‘Patria’ voleva prepararlo a diventare un soldato… “per fare la guerra a dei miserabili negri”, per diventare padroni… di un impero! che a lui non interessava. E non battè mai le mani a scuola quando il maestro annunciava le vittorie in Etiopia.

Così, ad esempio, dopo la descrizione viva e completa delle sfilate dimostrative dell’efficienza dello stato, Tobia, avverso ai discorsi retorici che ne seguivano, fa notare che nel frattempo i contadini dovevano lavorare duramente per la battaglia del grano…magari anche di notte, come si diceva, e senza assistenza sociale e sanitaria.

Le conquiste e le sfilate non alleviavano le fatiche affrontate dalle famiglie che, come quella di Tobia, dovevano curare da sole i malanni, combattere contro pulci e pidocchi, depurare l’acqua inquinata, curare le ferite, i morsi delle vipere…escogitare tutte le strategie per ottenere dalle produzioni dei campi e degli orti quantità da poter vendere per ricavare qualche spicciolo. E rassegnarsi di fronte a calamità o ad annate di carestia. Anzi, il Governo ‘forte’ chiedeva loro, per la grandezza della patria, parte del grano e del latte prodotti, voleva tutto l’oro, il rame, perfino il bronzo delle campane, per fare cannoni.

E poi chiedeva anche i cervelli, non solo, ma chiedeva di ammazzare i fratelli che avevano nel cervello idee diverse. Allora Tobia, nella sua costante coerenza, quando gli arrivò, all’età di 19 anni, la chiamata alle armi, compì la coraggiosa scelta di non obbedire, drammatica scelta, che comportava rischi per la propria vita e per quella dei famigliari: si rifugiò come disertore sulle montagne. Lassù la solidarietà dei ‘non colti’ fu un sicuro scudo protettivo.

La sua non fu una resistenza armata, perchè non voleva uccidere, nemmeno il nemico, ma portò con sè il suo fedele fucile da caccia solo per “vender cara la pelle”, per difesa personale. A 19 anni e senza addestramento bellico difficilmente sarebbe potuto entrare nelle brigate partigiane regolari. Continuò quella resistenza passiva che aveva attuato negli anni precedenti la guerra civile.

In questo ruolo di clandestino divenne un importante testimone degli avvenimenti e dei sistemi organizzativi dei ‘ribelli’. In particolare ricostruì fedelmente il tragico epilogo del gruppo di Mino del Bello che, in seguito all’arresto del treno a Gazzaniga e la cattura di alcuni nazifascisti, si attirò il massiccio rastrellamento che portò all’uccisione di cinque partigiani in Valvertova e di altri due al Roccolone.

Fu poi testimone di alcuni ‘regolamenti di conto’ durante i primi giorni della Liberazione,non meno drammatici di quelli precedenti la conquista.

Il libro si aggiunge così alla vasta produzione letteraria e storica su quello che fu il periodo più tragico della nostra storia, la Resistenza, ma anche il più decisivo per la conquista della libertà, grazie anche ad uomini come Il protagonista delle memorie di Tobia, assetati di libertà e armati di coerenza.

 

Angelo Bertasa