Sposato, padre di cinque figli, Luca Berta, dopo aver frequentato l’Istituto Tecnico per geometri, senza grande consapevolezza della scelta né grande interesse, si è iscritto alla facoltà di Architettura, dove ha maturato la passione per il progetto. Ha sostenuto alcuni esami fuori sede (per esempio, Ecologia presso la facoltà di Scienze Naturali) che hanno indirizzato la sua sensibilità verso il mondo della sostenibilità. Ha poi frequentato il corso ANAB-IBN di Architettura Bioecologica, elaborato dal prof. Anton Schneider, dell’Institut fur Baubiologie + Oekologie di Neubeuern (Germania), corso che poi ha successivamente coordinato. Insomma, un esperto nel campo dell’edilizia biosostenibile. A corredo, ama ascoltare e studiare musica a livello amatoriale: suona il saxofono in una formazione che esegue musica balcanica, con cui ha partecipato a diversi festival musicali italiani.

Quali sono state le tappe della sua carriera?
Laureato, ho iniziato da subito la mia attività come libero professionista, realizzando un edificio costituito da tre unità immobiliari. Poi, ho collaborato per circa tre anni con lo studio dell’arch. Giancarlo Allen, allora presidente dell’Associazione Nazionale di Architettura Bioecologica – ANAB, nel quale ho approfondito le mie conoscenze nell’ambito del progetto naturale. Nel 2002, ho fondato con Marco Bovati lo studio “BiO2”, specializzato in architettura bioecologica e in bioedilizia, la cui attività si fonda sulla ricerca dell’armonia tra uomo e ambiente, con attenzione alle risorse energetiche naturali e al clima, alla morfologia e alla storia dei contesti locali. Sono autore di saggi e pubblicazioni sull’architettura sostenibile, sulle tecniche e i materiali della bioedilizia e sugli edifici in legno. Attualmente, oltre a ristrutturazioni e riqualificazioni energetiche, sto progettando e realizzando edifici con struttura in legno, in collaborazione con un’azienda di Albino che realizza edifici composti di legno puro al 100%, senza colla o chiodi e privi di agenti inquinanti. Da più di vent’anni sono docente sui temi della tecnologia edilizia presso la Scuola Edile di Bergamo.

Come si è avvicinato alla bioedilizia?
Ho sempre avuto una spiccata sensibilità per l’ambiente e, al contempo, una passione per il progetto di Architettura. Ho cercato di conciliare queste due tensioni, che spesso sono contraddittorie: l’edilizia, infatti, in tutte le sue fasi, ha un grandissimo impatto sull’ambiente, ciò ha messo profondamente in discussione la filosofia dell’agire umano che da sempre costruisce luoghi per abitare trasformando l’ambiente e la natura. Penso sia necessario un approccio al progetto di architettura che permetta di abitare il pianeta compatibilmente con i suoi equilibri ecologico-ambientali. Nel mio piccolo, attraverso una progettazione consapevole, cerco di rendere “meno insostenibile” l’impatto dei miei edifici. Anche l’aspetto della salubrità degli spazi in cui viviamo e il benessere di chi ci vive è un tema che ritengo fondamentale e che guida la scelta delle soluzioni che propongo ai miei clienti.

Cosa si intende per bioedilizia?
Non amo molto utilizzare termini come sostenibile, ecologico, green, perché stanno progressivamente perdendo la relazione con il loro significato originale per assumere spesso il ruolo di “chiave” in grado di “sdoganare” iniziative molto discutibili e spesso poco sostenibili. Bioedilizia, bioarchitettura, architettura bioecologica, architettura bio-eco-compatibile, architettura sostenibile… pongono un problema terminologico che non mi appassiona. Per me, invece, dovrebbero indicare una maniera di fare architettura, cioè di configurare lo spazio in funzione di uno scopo, che assuma come prioritaria la ricerca dell’armonia tra l’uomo e l’ambiente e la salubrità degli spazi in cui viviamo. Pur non rifuggendo il cambiamento, la trasformazione e l’innovazione (lontano, quindi, dall’atteggiamento di chi sostiene che ogni modificazione è un’aggressione all’ambiente rinunciando ad approfondire il tema della natura e della qualità di tali trasformazioni), dovremmo pensare che perseguire l’architettura sostenibile significa porsi in modo critico nei confronti dell’architettura di consumo, cioè quella che si costruisce e demolisce per finalità economico-finanziarie e non per ragioni ascrivibili “al bene collettivo”.

Come si giudica la qualità di un edificio?
Trovo la domanda particolarmente difficile. Oggi, sembra predominante nel giudizio l’aspetto meramente quantitativo, gli edifici vengono classificati in base alla loro efficienza energetica come qualsiasi elettrodomestico. Se, però, il risparmio energetico, assolutamente necessario, diventa l’unico elemento di valutazione della qualità, può diventare paradossalmente un grosso rischio, soprattutto se perseguito con logiche legate solo all’aumento degli spessori di isolamento o con la sola efficienza impiantistica, perché può diventare l’elemento di giustificazione di ulteriori interventi di aggressione agli equilibri del territorio. Le chiavi che utilizzo per definire la qualità finale di un intervento sono per me molteplici: salvaguardia dell’ambiente, armonia instaurata tra intervento e luogo (si deve tener conto dei caratteri storici, morfologici e climatici locali), miglioramento delle condizioni di vita dell’utente finale e del suo benessere psico-fisico. Senza dimenticare che un buon progetto deve saper rispondere alle esigenze specifiche della committenza.

La bioedilizia è economica?
Costa quanto qualsiasi altro edificio di qualità. Orientare correttamente un edificio, disporre gli spazi interni in modo funzionale, regolarne l’esposizione alla luce, relazionarlo al contesto, sono tutti elementi insiti nel progetto che non implicano costi ulteriori. Ci sono ovviamente soluzioni tecnologiche e materiali più costosi di altri, ma ci sono anche diverse mediazioni possibili. La domanda, però, andrebbe posta con un intervallo temporale più lungo, proiettato di 10/20 anni: allora sì che è meno costosa. Altro spunto di ragionamento, poi, è il valore che si dà al benessere personale e alla nostra salute.

Si può parlare ancora di architettura “tradizionale”?
Si deve, ma in un modo né nostalgico né mimetico. Vittorio Gregotti sosteneva che la storia è un materiale del progetto, un ponte tra passato e futuro. Interpretando i caratteri degli edifici storici e tradizionali, in qualsiasi contesto geografico, si possono acquisire saperi utili al progettare oggi edifici corretti dal punto di vista energetico ambientale. Gli edifici della tradizione hanno un profondo rapporto con il luogo, la sua cultura, la sua economia, il suo clima, le sue risorse, i suoi limiti e le sue potenzialità. Dobbiamo partire dai valori della tradizione e delle tecniche costruttive del passato, per dare loro nuovo significato, alla luce delle innovazioni offerte dal presente. Nessuna indulgenza, quindi, rispetto alla riproposizione mimetica degli edifici della tradizione. Dobbiamo guardare indietro, per proiettarci con consapevolezza in avanti (pro-gettare = gettare avanti!).

Qual è lo “stato di salute” degli edifici di Albino?
Albino riflette né più né meno le logiche insediative dell’epoca contemporanea: consumo massiccio del territorio, strade, edifici commerciali, residenze in continua espansione anche considerando la quantità di alloggi invenduti. Gli edifici esistenti, ma è una condizione generalizzabile, sono per lo più frutto di modalità progettuali e costruttive che non si ponevano le questioni legate alla sostenibilità, sono edifici fortemente energivori. I vari bonus fiscali previsti dalle recenti norme potrebbero essere un’importante spinta per la riqualificazione degli edifici, ma leggi farraginose e tempistiche non certe non permettono un’adeguata programmazione e ne hanno ridotto le potenzialità.

Ci sono ad Albino edifici “green”?
Ci sono edifici interessanti, frutto del lavoro di colleghi dotati di grande professionalità e passione. In generale, la normativa della nostra regione impone per i nuovi edifici e per le ristrutturazioni, standard energetici elevati e l’uso di energie rinnovabili; quindi, almeno da questo punto di vista si è fatto un passo avanti.

Sogni nel cassetto?
Molti… Se penso alla nostra città, mi piacerebbe fosse recuperata la fruibilità di Piazzo, una porzione del nostro territorio di rara bellezza, che andrebbe riqualificata. A Piazzo, le tradizioni e la cultura sono stratificate negli edifici (ciò che resta di loro) e nel loro contesto, è la testimonianza fisica delle modalità di rapporto che l’architettura ha istituito con le condizioni climatiche e le risorse ambientali, un riferimento prezioso per chi voglia progettare e costruire edifici in armonia con l’ambiente.

Ti.Pi.