Nato a Treviglio ma residente a Gazzaniga da 32 anni, Maurizio Monzio Compagnoni ha 55 anni, è sposato con Paula e ha due figli, Ares Simone e Enea. Lavora per un gruppo francese della grande distribuzione ed è un alpino, iscritto nel gruppo ANA di Gazzaniga. Ha una grande passione, che si evidenzia nell’attività che presta nell’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia (ANRP), per la quale da alcuni anni svolge ricerche sulla Seconda Guerra Mondiale. La redazione di Paese Mio lo ha intervistato per conoscere questa particolare attività, dall’alto valore storico e sociale.

Cos’è l’ANRP?
L’”Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento, dalla Guerra di Liberazione e loro familiari” esiste come ente morale dal 1949 e viene riconosciuta come ente assistenziale nel 1962. Oggi, è impegnata a “mantenere viva la memoria di coloro che immolarono la vita per la salvezza della patria e tributare loro ogni onoranza”. Promuove lo studio, la ricerca, la raccolta e la valorizzazione a livello nazionale e internazionale di documenti sulla prigionia e sull’internamento. Questo lavoro permette che il grande contributo alla configurazione della nostra società, reso dai prigionieri di guerra, dagli internati e dai partecipanti alla lotta di liberazione civile, resti operante nel tempo e sia da monito contro le nuove forme di prigionia. L’associazione, quindi, punta all’affermazione degli ideali perenni di libertà, democrazia, pace, solidarietà, uguaglianza e giustizia.

Quale è il Suo ruolo nell’ANRP?
Da circa quattro anni sono ricercatore per la provincia di Bergamo. In particolare, mi occupo di rintracciare la documentazione riguardante i deportati nei lager tedeschi. Si tratta prevalentemente di militari dell’Esercito, della Marina, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.

Quando e perché ha deciso di collaborare con l’ANRP?
Perché ero interessato a ricostruire la storia di un familiare deportato dai tedeschi. Dopo questo episodio mi sono impegnato per il riconoscimento della Medaglia d’Onore al gazzanighese Romildo Ratti, anche lui deportato dai tedeschi. È stata l’occasione per rendermi conto che nell’archivio comunale di Gazzaniga c’era una ricca documentazione relativa a tanti altri gazzanighesi che avevano vissuto la stessa esperienza. Così, è maturato in me un sentimento di riconoscenza nei confronti di queste persone. Ecco, perché la mia ricerca si è fatta via via più sistematica, tanto da prendere in considerazione gli altri Comuni appartenenti all’ex-Distretto Militare di Bergamo, nel tentativo di individuare tutti gli ex-militari internati dai tedeschi e fargli riconoscere la Medaglia d’Onore.

In cosa consistono le Sue ricerche?
Per definire se un militare è stato fatto prigioniero e deportato dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 è necessario controllare il suo foglio matricolare, depositato presso l’Archivio di Stato di Bergamo. Gli anni di nascita sui quali la ricerca si è concentrata vanno dal 1900 al 1924, ultimo anno di leva del Regio Esercito Italiano; tuttavia, mi è capitato di trovare anche casi di militari nati negli ultimi anni dell’800. Per ogni anno matricolare si devono scorrere i registri militari. Ognuno di essi contiene 5-6.000 posizioni. Si tratta perlopiù di fogli leggibili, ma in alcuni casi servono una lente e molta attenzione. Ad oggi, dopo tre anni di ricerche, sono riuscito a visionare gli anni dal 1916 al 1924 e posso affermare che è davvero impressionante il numero di militari che vissero quei terribili venti mesi di internamento. Paesi come Vertova hanno avuto più di 100 deportati, Albino 400, Colzate 50, e così via.

Cosa possono fare i Comuni o i privati interessati?
Il primo passo che le amministrazioni comunali possono fare è di individuare gli ex-internati o i parenti degli stessi, ed invitarli a un momento informativo, durante il quale illustrare l’iter da seguire per richiedere la Medaglia d’Onore, istituita dal Governo Italiano, tramite la legge n°296 del 2006. Durante la riunione, io sono presente come referente ANRP, a supporto dei Comuni. Finora è stato possibile realizzare questo meticoloso lavoro di ricerca dei parenti soprattutto grazie ai funzionari degli Uffici Anagrafe che ringrazio per l’impegno profuso. L’ANRP è poi di supporto ai familiari nella ricerca e nella verifica della documentazione da allegare alla domanda e comprovante il periodo di prigionia. Le famiglie possono inoltrare personalmente la domanda o affidarsi all’associazione. In entrambe le situazioni l’associazione chiede di poter avere una copia di alcuni documenti riguardanti la prigionia del parente che, nel tempo, la stessa si impegna a informatizzate e mettere a disposizione di tutti.

Quali valori, come referente ANRP, intende promuovere?
Tra le motivazioni che continuano a sostenermi nella ricerca di queste persone c’è l’aver letto alcuni dei loro diari. Sono scritti in un italiano a volte scorretto, ma affermano chiaramente la netta volontà di non voler continuare la guerra. Vi traspare spesso la forte tentazione di cedere alle promesse, ma ben più forte ancora emerge la convinzione di aver preso la decisione giusta nel non collaborare con i tedeschi. In alcuni scritti il senso di solidarietà è talmente forte che sarebbe da esempio a molti, oggi. Non mi vergogno di dire che, in un caso, nel leggere dei patimenti subiti, ogni tre, quattro pagine, gli occhi mi si annebbiavano per le lacrime. Parecchi di questi militari sono deceduti in prigionia e quelli che sono ritornati hanno voluto dimenticare quanto avevano vissuto. Sono arrivato alla convinzione che, con ben più grande volontà, tutti noi li abbiamo dimenticati. Mi sono chiesto: cosa sanno i ragazzi di oggi, cosa sapevo io di loro? Nulla di tutto quello che avevano vissuto. Si sapeva solamente che erano reduci della guerra e niente più. Alle famiglie chiedo di partecipare ai momenti commemorativi, di testimoniare anche con la sola presenza il grande contributo dei loro cari e alle amministrazioni pubbliche che riflettano sul profondo valore del comportamento tenuto dagli ex-Internati Militari Italiani. Questo è quello che continuerò a promuovere. Come già detto, in questi anni ho potuto prendere visione e, in parecchi casi, ricevere la copia di lettere, fotografie, diari, carta moneta utilizzata nei campi e altro ancora. Segnalo in particolare la generosità della famiglia dell’ex-internato Aldino Merelli di Orezzo che, nel 2016, in occasione della consegna della medaglia, ha voluto donare al Comune di Gazzaniga una serie di documenti riguardanti la prigionia del padre. L’auspicio è che anche altre persone facciano altrettanto, così da poter creare un “luogo del ricordo”, dove depositare la testimonianza del sacrificio delle tante persone a noi vicine, la cui pesante esperienza era sconosciuta ai più.

Silvia Pezzera