Michele Ghisetti, un singolare amore per la montagna

Non era ignoto agli amici, specialmente del CAI di cui fu socio fondatore, ma è comparso nuovo a molti dei lettori di Paese Mio che annunciava l’incontro di presentazione del libro “Diario di montagna dal 1956 al 1980, Michele Ghisetti”, volume di 350 pagine finito di stampare nel mese di novembre nella tipografia “Dfa” di Fiorano al Serio. E sono accorsi tanto numerosi che la sala del Centro Sociale di Gazzaniga a stento li conteneva. Proprio tanti, come non era mai accaduto in precedenti incontri culturali anche con alpinisti di successo. Forse perchè tutti avevano presagito di partecipare ad un avvenimento particolare o per la curiosità di partecipare ad un evento nuovo e inaspettato. Michele fu infatti una vera e propria rivelazione quella sera del 4 dicembre 2015. Come alpinista, ma anche come uomo.

 

La brillante presentazione da parte del fratello Angelo che ha curato la trascrizione dei diari e la loro pubblicazione, assieme ai suoi figli Michele e Raoul, la lettura di alcuni passi fatta con la voce espressiva e suadente di Luigi Bombardieri e con quella dolce e commossa della figlia dell’autore Stefania, mentre sullo schermo apparivano le foto più significative dello scalatore, hanno reso la serata veramente piacevole, a tratti commovente e culturalmente elevata.

Michele non era un semplice escursionista o scalatore sportivo, era un vero uomo di montagna.

Già dall’età di 10 anni – era nato nel 1942 – aveva frequentato tutte le cime dei monti circostanti attirato dalla curiosità e dallo spirito di esplorazione. Da queste cime vedeva altre cime più alte  che gli suscitavano il desiderio di conoscerle meglio per poter allargare l’area di esplorazione: l’arco orobico. A poco a poco, nei giorni liberi dal lavoro, imparò a scoprirle con camminate sempre più lunghe, impegnative e interessanti e sviluppando una passione sempre crescente che non lo rendeva soddisfatto finché non fosse riuscito a salire le sue montagne con gli sci o con corde e chiodi scalando. Seguì allora corsi di arrampicata e di scialpinismo per poter affrontare la montagna con maggior libertà e sicurezza. Leggendo le sue relazioni, fatte a modo di diario al termine di ogni salita, si scoprono interessi multiformi che rimpolpano le solitamente scheletriche e fredde relazioni di viaggio: lo studio dell’itinerario, le emozioni prima della partenza, durante l’ascensione e al ritorno, la degustazione e la descrizione chiara dei paesaggi  silvestri o rocciosi, i colori, i profumi, le sensazioni del clima montano, l’osservazione delle rocce, delle vedrette, dei ghiacciai, dei fiori e altri interessi  coinvolgono il lettore dall’inizio alla fine di ogni relazione, dalla prima all’ultima pagina. Circa cento gite selezionate accuratamente da Angelo e figli fra le più significative delle oltre trecento manoscritte su cinque grossi quaderni e trascritte rispettando la lingua dell’autore, salvo piccole correzioni di lessico e di sintassi per rendere il testo più leggibile. Non occorre dire che bisogna leggerle e gustate attentamente per capirle, perché attirano da sè l’attenzione e sono comprensibili a tutti per il linguaggio semplice e chiaro, efficace e attraente. Talvolta nelle descrizioni di passaggi rocciosi difficili e rischiosi il linguaggio realistico diviene tecnico  e mozzafiato. Ma Michele se la cavava sempre.

Fortuna o abilità? O l’una e l’altra? Abilità o grande energia? O l’una e l’altra? Grande energia o grande conoscenza e intuizione nel rapporto con la roccia?.

… Il Sassolungo mi aveva colpito più di ogni altra montagna, donandomi ricordi preziosi, momenti belli e momenti tristi, avevo visto in volto la morte e la grandezza della natura. Tutto ciò mi aveva insegnato a vivere”.

Michele aveva un senso di appartenenza alla montagna. Sentiva il contatto diretto con le roccd, assaporava il profumo della pietra, dei muschi, della cascatelle di ghiaccio, dell’erba secca dei pendii solivi. Da questo contatto nasceva quel suo attaccamento alla montagna, della quale non poteva più fare a meno, e nasceva quell’amore per essa che gli faceva fare anche pazzie per raggiungerla, per viverla e ‘stare insieme’ alla montagna.

Dialogava con le vette: “… Tu montagna sei bella, sei grande, sei sublime, ma io nella mia piccolezza e col mio amore ti domino“. Ammirava la montagna nella sua imponenza ma sapeva anche cogliere la bellezza nel fiorellino che vive in una fessura. E quando raggiungeva la cima l’emozione sapeva esprimerla solo lui. E piangeva di gioia.

Contemplava i grandiosi paesaggi, i colori chiari dell’orizzonte all’alba e scuri del tramonto, le distese di neve che poteva assaporare in discesa con gli sci. Per vedere tutto questo non risparmiava fatiche.

“… La montagna quel giorno era stata crudele con noi, non si era lasciata salire, ci consolammo pensando di averla vinta con il nostro spirito”.

Prediligeva le ascensioni invernali, o quelle estive in versanti e altitudini innevati, proprio,perché iù faticose. La neve però non sempre era amica, talvolta lo spessore troppo soffice del manto, il vento, i turbini della tormenta lo facevano soffrire indicibilmente. Sofferenza e paura, delle slavine, dei seracchi… Era costretto a fermarsi, ma lui non si dava per vinto, nemmeno se rimasto al buio senza batteria per le torce o se trovava i rifugi invernali chiusi, e questo spesse volte in solitario. La solitudine più assoluta gli era motivo di vivere più intensamente gli incanti del silenzio e del buio più nero superando la naturale paura e poi lo confidava al diario al quale non poteva mentire o esagerare.

“… Stavamo bene immersi in quel silenzio, aggrappati a quella grande roccia. Era un’atmosfera particolare, grandiosa, un senso di infinito gonfiava i nostri cuori. Questa nostra grande passione ci mette continuamente a dura prova, sfida le nostra forze e le nostre paure ma, una volta conquistata la vetta, ci fa anche dimenticare tutto ad un tratto gli sforzi: siamo innamorati della montagna”.

Amore per la montagna dunque, ma anche tenacia, determinatezza, coraggio. Insieme a queste qualità aveva un profondo senso dell’amicizia, della lealtà, della generosità, della solidarietà. Con altri compagni diventava l’animatore, organizzatore meticoloso anche nella cura dell’attrezzatura, nel miglioramento delle tecniche che lo facevano puntare sempre più in alto, fino a raggiungere molti quattromila delle Alpi.

La sua performance ormai gli poteva far prevedere una grande ‘scalata’ nella classifica del panorama  alpinistico italiano. Se non che una crudele malattia gli arrestò la carriera alpinistica, costringendolo anzi a fare retromarcia. Nonostante ciò continuò a partecipare a gare, a gite anche se gradualmente con dolorose rinunce.

Personalità singolare dunque. Ecco perché era benvoluto e stimato e lo sarà ancor più ora che un più ampio  numero di persone ha potuto e potrà conoscerlo tramite la lettura del suo diario con il quale ha voluto ed è riuscito a perpetuare la sua presenza nella amata comunità di Gazzaniga.

Un bel dono di Natale! Grazie Michele per aver scritto quei diari. Grazie Angelo per averli pubblicati.

 

Angelo Bertasa

 

P.S. : Il volume è reperibile presso la sede del CAI di Gazzaniga, presso il Bar Gueri in  Via Marconi e presso la parrucchiera Laura in Via Marconi