Ricerca didattica sui toponimi di Cene (secondo itinerario)

Abbiamo ripassato in classe quanto avete imparato durante il primo itinerario. Ora siete pronti e interessati a continuare l’esplorazione sul secondo? Siii! Uscendo dal cancello che dà su Via Ulisse Bellora, percorrendo questa via raggiungiamo la “Tór dol Mass” che abbiamo indicato col numero 1. Cioè torre del? Del Mass, che dal gallico significa casa, ma è più probabile la derivazione dai Longobardi per i quali ‘mass’ significa terra. I vocaboli massaro cioè amministratore di terre, Masserini, case masserizie, sono derivati da mass=terra. Quindi torre a difesa della terra, secondo quest’ultima ipotesi. Ma non andiamo troppo per il sottile. Questa costruzione è quanto rimane di un’antica fortificazione che era collegata al castelo da un sentiero e segnava il confine di Cene di Sopra. Si può ancora vedere su un lato in alto una finestrella originale. Pochi anni fa questa costruzione è stata ben restaurata. Se non fosse diventata una abitazione privata si sarebbe potuto realizzarvi un museo medioevale.

 

Da qui possiamo osservare la località vicina verso sud-est, denominata “I Lame”, a causa delle acque che scendevano liberamente dalla ” Ria dol Fara” e allagavano i campi scorrendo verso il fiume dopo aver attraversato “i Fossàcc”. Queste acque sono state incanalate e purtroppo coperte.

Fara, fossacc, che cosa significano? Cominciamo con “Lame” e con “Ria”. Le Lame sono avvallamenti, come I Fossàcc, ma paludosi; nel nostro caso l’acqua stagnante proveniva dalla Ria, cioè ripa, o terreno in pendenza, chiamata Fara dal termine longobardo, molto diffuso anche in pianura (Fara Olivana, Fara Gera d’Adda…) e a Bergamo ( tra S. Agostino e Porta Dipinta), che significa clan, o famiglia intesa come stirpe, gruppo parentale o discendenza di un capo militare, insediata in un determinato terreno.

Nella contrada del “Màss” c’era una filanda, dove i contadini che avevano circondato i loro campi di gelsi per alimntare con le foglie i bachi da seta, portavano i bozzoli per la trattura del filo di seta.

Camminando verso il centro osservate gli archi dei portali di ingresso alle case antiche, che cosa vedete? Sì, li c’è un numero, una data, mille…mille seicento…dieci! milleseicentotdieci. Bravo. Ecco un’altra data, mille….seicento dodici. Bene! Vuol dire che sono case di espansione, successive a quelle del centro storico medioevale e rinascimentale.

Poco prima dell’incrocio con Via Cesare Battisti che cosa notate sulla destra? Delle case antiche. Sicuro, ma di quale periodo? Quali particolari sono ancora visibili? Degli archi, delle colonnine. Bene, sono elementi architettonici tipici del classicismo rinascimentale veneziano. Cioè? Vuol dire che queste case sono state costruite dopo che i nostri comuni si sono sottomessi alla Repubblica Serenissima di Venezia nel 1428 e da quella città hanno ereditato anche lo stile architettonico oltre che varie espressioni culturali.Si chiamano Ca’ Bastianì e Ca’ Fanti entrambe famiglie nobili di quel tempo.

All’incrocio tra Via Bellora e Via Cesare Battisti vi erano in passato delle panchine, una santella e una tettoia, dove di sera la gente si ritrovava a conversare e i bambini a giocare, a lippa, a nascondino, a mondo, a palla, a biglie e altri giochi all’aperto che un tempo si potevano fare anche sulle strade non essendoci il traffico del giorno d’oggi.

Di fronte alla casa Fanti vi era una fontana. Ma chi erano Ulisse Bellora e Cesare Battisti?

Ulisse era figlio del Sen. Pietro Bellora di cui continuò la gestione del Cotonificio. Il senatore dopo la grande crisi degli anni trenta che aveva portato lo stabilimento alla chiusura, aveva ritirato lo stabilimento, lo aveva riattivato a partire dal 1933, sviluppandolo ulteriormente.

Cesare Battisti era un giornalista trentino e deputato austriaco per Trento che difendeva l’appartenenza di quella città all’Italia combattendo a fianco degli Italiani quando questi erano intervenuti nella prima guerra mondiale. Arrestatolo con l’accusa di tradimento gli ustriaci lo condannarono come disertore e lo fucilarono nel castello del Buon Consiglio a Trento.

Poco più avanti, a sinistra, imbocchiamo Vicolo don Alberini. Chi era? Don Giovanni Alberini da Desenzano al Serio fu parroco a Cene dal 1935 al 1948. Si distinse specialmente durante la seconda guerra mondiale aiutando i bisognosi.

Saliamo osservando alcune case che formavano il borgo ai piedi del castello. Il vicolo infatti sbuca nella Via Castello o “Castèl”. Esso faceva parte di un sistema di fortificazioni che comprendeva la torre del Mazzo e una fortificazione più a monte nella zona della Spigla.

Da via Castello scendiamo fino alla cappelletta dove inizia la contrada de “la Crusèta” all’incrocio tra Via Bellora, Via Galizioli e via Castello. Crusèta significa piccola croce.

La cappella è stata costruita nel 1932 dagli anziani del centro sociale in luogo di una precedente “tribulina di mòrcc”, costruita al tempo della peste del 1630.

Via Galizioli è dedicata al parroco che fece costruire la chiesa nuova nel 1750 orientandola da nord a sud, mentre prima era da est a ovest secondo la tradizione antica. La lunghezza della chiesa precedente divenne la larghezza dell’attuale. Don Giovan Maria Galizioli da Leffe fu parroco a Cene dal 1745 al 1754.

Per oggi vi abbiamo imbottito di notizie a sufficienza. Qualcosa anche alla prossima uscita.

Grazie, professori.

Angelo Bertasa (continua)