Ricordare il passato per riscoprire il futuro: piazzale Loreto 69 anni dopo

La memoria della medaglia d’oro Vittorio Gasparini

«Milano è qui, in piazzale Loreto, uno dei luoghi simbolo della sua storia di libertà, di lotta, di resistenza contro la dittatura. Rendiamo omaggio al sacrificio dei 15 martiri e a quello di tutti coloro che hanno lottato per restituire all’Italia quella dignità calpestata. Oggi abbiamo bisogno di ritrovare il loro slancio e la loro voglia di libertà. Dare vita oggi agli ideali di chi ha sacrificato la propria vita significa ritrovare il gusto di costruire l’Italia, di attuare la Costituzione, di continuare a lottare per la libertà e la giustizia. Siamo qui per dire che abbiamo imparato la lezione e che difenderemo con tutte le nostre forze i diritti civili e sociali e i principi di eguaglianza, pace, solidarietà scolpiti nella nostra Costituzione».

Con queste parole il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia ha reso omaggio, sabato 10 agosto 2013, ai Quindici martiri antifascisti di Piazzale Loreto uccisi, 69 anni fa, dai nazifascisti che li scelsero nel carcere di San Vittore: comunisti, socialisti, azionisti e cattolici; operai, dirigenti d’azienda e intellettuali, per uccidere la Resistenza dell’Alta Italia, per colpirne tutte le culture e tutti gli strati sociali che in essa combattevano e militavano.

A Piazzale Loreto cadde anche il nostro concittadino, decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria, Vittorio Gasparini il cui ricordo, con il passare degli anni, ad Albino e oltre, non si affievolisce, anzi si rafforza. Il 30 luglio, centesimo anniversario della nascita di Gasparini, la pagina culturale del quotidiano cattolico “Avvenire” ha pubblicato un editoriale su di lui a firma del giornalista Marco Roncalli; su Gasparini è stata introdotta una pagina riassuntiva in Wikipedia, grazie all’idea e alla collaborazione di un giovane ricercatore storico albinese, Callisto Gatti.

Alla commemorazione sul luogo della strage quest’anno, come dal 2010, era presente una delegazione ufficiale del Comune di Albino guidata dall’ Assessore alla Cultura Andrea Chiesa, insieme con rappresentanti del Gruppo Alpini di Albino e della Sezione albinese dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, A.N.P.I., dedicata dal 21 maggio 2011 a Vittorio Gasparini e a Ercole Piacentini, compagno di prigionia di Antonio Gramsci dal 1928 al 1932.

La delegazione dell’A.N.P.I. albinese ha potuto portare a Milano copia del libro pubblicato dalla Sezione ad ottobre 2012 e intitolato Vittorio Gasparini, cattolico, seppe resistere. Il libro, primo delle Memorie partigiane – I quaderni dell’A.N.P.I. di Albino, edito da Tera Mata Edizioni, ripercorre in quattro capitoli La Formazione, L’Azione, La Passione e La Memoria di Vittorio Gasparini (è in vendita presso la Biblioteca civica).

Lo scopo di questa collana è quello di costruire una cultura antifascista e costituzionale ad Albino, riscoprendo le storie dei nostri partigiani, diffondendone la conoscenza e riscoprendo soprattutto le grandi culture politiche e sociali che stanno alla base della nostra Costituzione, nata dalla Resistenza e che trova in essa la sua fonte di legittimazione storica.

Questa operazione culturale assume un significato di pregnante attualità, oggi, nella più acuta crisi economica, sociale e politica: ricordare queste idee-guida, ripercorrere queste figure-modello significa porre un argine ai rigurgiti di neofascismo che attecchiscono sempre di più tra i più giovani, vuol dire ricordare i giusti e non cedere a quel revisionismo storico che punta a decontestualizzare gli eventi mettendoli tutti insieme in una galleria degli orrori dove non si distingue più chi è dalla parte giusta e chi no perché tutti sarebbero dalla parte sbagliata in quanto hanno usato la violenza.

Un secondo libro è in preparazione sulle memorie di Ercole Piacentini e sulla sua formazione alla scuola del grande pensatore comunista Antonio Gramsci.

Nell’introduzione a Vittorio Gasparini, cattolico, seppe resistere si legge: «Due storie diverse: Gasparini, cattolico, che resiste al fascismo dopo essere cresciuto nel clima del fascismo regime, muore, dopo essere stato torturato, ucciso, insieme ad altri quattordici partigiani, a Piazzale Loreto, luogo simbolo della Resistenza e dell’Antifascismo italiani; Piacentini, comunista, antifascista che contrasta fin da subito il fascismo movimento pagando poi con il carcere duro e il confino la sua opposizione al regime. Durante la sua detenzione nel carcere di Turi avrà come compagno di prigionia e maestro, Antonio Gramsci. A loro due abbiamo dedicato la nostra Sezione, a due figli di culture politiche tanto diverse e lontane che però seppero mettersi insieme, unirsi per dare alle generazioni future un’Italia Libera e Democratica dove la dignità dell’uomo e il lavoro come elemento di civiltà fossero al centro di questo “patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano” come ebbe a definire la costituzione il Presidente dell’Assemblea Costituente, Umberto Terracini».

Il libro su Gasparini, fra l’altro, è il primo compiuto lavoro di ricerca su uno dei Quindici Martiri di Piazzale Loreto, dei quali mancano ancora studi documentati – forse perché libri di questo genere non fanno vendere come i libri revisionistici di Giampaolo Pansa – . Un testo generale è stato pubblicato nel 2007 dall’A.N.P.I. di Milano, intitolato Alle fronde dei salici – Quindici vite per la libertà ed è consultabile in internet.

E’ un libro che rende giustizia alla vicenda dei Quindici Martiri di Piazzale Loreto del 10 agosto 1944 che ha finito, a livello di memoria pubblica, per essere sommersa da un’altra vicenda che ha avuto luogo su quella piazza alla fine dell’aprile del ’45, ovvero l’esposizione dei corpi di Mussolini e dei suoi gerarchi fascisti in una sorta di linciaggio post mortem del tiranno fatto dalla folla. L’uso pubblico della storia, volto a pareggiare le responsabilità storiche se non a ribaltarle, ha puntato a far ricordare la Piazzale Loreto del ‘45. E noi rendiamo giustizia alla Piazzale Loreto del ‘44, quella che fa da sfondo alla seconda Piazzale Loreto: se Mussolini viene portato in Piazzale Loreto è proprio perché ad agosto del ’44 lì c’era stato l’eccidio dei Quindici.

L’essenza di Gasparini è racchiusa nel titolo che sintetizza le due polarità, le due sfere di Gasparini: “cattolico”: la fede, la sua coscienza cristiana, i suoi valori, il messaggio evangelico di libertà; “seppe resistere”: seppe scegliere, in modo intransigente, da che parte stare, (cosa che non tanti cattolici fecero) disposto a tutto, ma non a sacrificare i suoi valori, a tradirli, consapevole che va a morire, a testimoniare con la morte la sua fede nella Libertà e nella Giustizia.

Gasparini si è formato e ha mosso i primi passi da cattolico inquadrato nelle formazioni universitarie cattoliche, vere competitrici del regime fascista nell’educazione dei giovani. Infatti l’associazionismo cattolico rappresenta un concorrente temibile per il controllo totale dell’educazione. La presenza delle associazioni legate all’Azione Cattolica e soprattutto alla FUCI rappresenteranno una crepa, un vulnus nella costruzione di un totalitarismo fascista compiuto e perfetto. Una parte di giovani, di studenti e di universitari sfugge alle maglie del regime e riceve un’educazione che non collima con quella fascista: “l’uomo nuovo” fascista non è completamente fascistizzato.

Nel libro si documenta la non completa attendibilità storica delle testimonianze di Indro Montanelli, scrittore più che storico, sulle ultime ore di Vittorio Gasparini in carcere a San Vittore, perché viene ricostruita con precisione l’uscita dal carcere di Montanelli e i giorni in cui egli latita a Milano prima di fuggire in Svizzera: Montanelli esce dal carcere il 1°agosto e fugge in Svizzera il 14, quindi non può essere presente a San Vittore durante le ultime ore di Gasparini. Ecco allora che le sue narrazioni su Gasparini in carcere, fino ad ora ritenute come documenti storici, appaiono come una ricostruzione verosimile (Montanelli diceva infatti che l’ importante «è che l’invenzione fosse verosimile»). Roberto Amadei, poi vescovo di Bergamo, da storico, in suo articolo su “L’Eco di Bergamo” del 8 dicembre 1968 dal titolo significativo Montanelli, la pretesa di scrivere la storia snobbando la storiografia, il quale già aveva usato la propria penna per la «denigrazione di Giovanni XXIII orchestrata dal Sant’Uffizio nel 1962» (A. Melloni, Tutto o niente, Laterza 2013), ci metteva in guardia nei confronti di quegli opinions-makers che trattano la storia in modo cordiale quando in realtà ne fanno un racconto dilettantistico. In Italia infatti i libri “storici” di Indro Montanelli hanno fondato un genere che continua a prosperare e a fare danni (pensiamo a Giampaolo Pansa o a Bruno Vespa): come scrisse lo storico Sergio Luzzatto in un suo articolo del 20 ottobre 2006 sul “Corriere della sera” «il profilo merceologico del cliente di Pansa coincide con quello del cliente dei volumi di storia di Bruno Vespa. È un cliente che non sa distinguere fra chi ha credito scientifico e chi non ce l’ha, e per il quale il gesto di comprare un libro prolunga il gesto di fare zapping sul telecomando».

Angelo Calvi, Mauro Magistrati