Sui colli di Gazzaniga (VIª puntata)

Per seguire il percorso alternativo, che comprende la visita ad una delle quattro grotte preistoriche, si continua, dalla chiesetta di S. Rocco, la strada asfaltata e al primo bivio si prosegue diritto verso la Valle di Rocliscione. Questo tratto di strada sterrata e pianeggiante nei documenti del ‘600 è chiamato “Via lada” che significa strada comoda e ha dato il nome alla località Gelàda che in quel tempo era detta “Vielada”. Il toponimo infatti non può essere riferito alla natura del luogo, che invece è esposto al sole. Gelata se mai è la costa opposta non soleggiata e denominata appunto “dei Vaghi”, che significa priva di sole (i vâch). Questo tratto di strada è fiancheggiato sulla destra da un bel muro a secco.,

Giunti al bivio, animato, come era solito un tempo ai crocicchi e ai bivî, dalla presenza di una caratteristica edicola votiva, salendo lungo il sentiero n.522 si va in Ganda, mentre per la grotta si scende a sinistra, fino a raggiungere il torrente.

Chi è fortunato può imbattersi in qualche fossile corallino. Si tratta di formazioni in banchi corallini avvenute per sedimantazione in caldi mari tropicali 200 milioni di anni fa (periodo Triassico), spinti poi verso nord dal continente Africa.

Oltrepassato il torrente, si continua sulla ‘Costa dei Vaghi’, o sponda destra orografica della valle, il sentiero in salita, che in mappa è denominato “Strada comunale della Calchera”, ricavata in gran parte sugli strati naturali calcarei e un tempo dotata di bei muri di contenimento a secco.

A metà circa del tratto nel bosco, guardando in basso si notano indizi, in pietre adeguate e spazi tondeggianti, di antiche ‘calchere’ che hanno conferito alla strada la denominazione citata.

Le ‘calchere’ erano cavità a forma di tronco di cono alla rovescia con la parete circolare in pietre resistenti al calore. Sopra la parte inferiore adibita al fuoco venivano sistemate a cupola le pierre da calce per la cottura. Ben cotte queste venivano trasportate con grande cautela in laboratorio per essere immerse nell’acqua dove si riducevano in polvere, la calce appunto.

Poco dopo, il sentiero si divide in due: quello a sinistra porta in breve al colle di Campello, mentre quello di destra sale divenendo “strada comunale di Gandalunga”. Questa, piuttosto ripida, è stata tracciata tra due filari di alberi ombrosi e in parte scavata nell’argillite nera di Riva di Solto. La salita comunque si rende piacevole dal desiderio di vedere la grotta. Raggiunta la strada asfaltata, si passa davanti alla prima cascina incontrata da cui un sentierino conduce ad una vecchia cascina e poco oltre alla meta desiderata.

Si tratta di una cavità carsica erosa dall’acqua durante milioni di anni e abitata dagli Orobii fin dal Neolitico, vale a dire da 5-6000 anni fa. Gli scavi di esperti hanno permesso il rinvenimento di oggetti lavorati con la pietra calcarea, con la selce, con argilla e con ossi di animali feroci, come orsi, cinghiali, ora giacenti presso il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. In tempi più vicini e durante il dominio di Roma la grotta fu usata come ricovero del bestiame, mentre gli allevatori, divenuti anche agricoltori, scesero ad abitare le colline e a disboscarle in parte.

L’antro è ampio e profondo una ventina di mentri, è percorribile con cautela, fino all’estremità opposta all’ingresso dove una più stretta apertura consente di uscire. Per questo si chiama Büs Büsach, buco bucato.

Terminata la visita si può discendere alle località Cucca e Campello seguendo la strada bitumata e contemplando l’interessante e bel panorama.

Si vede infatti il colle del Mozzo tra la Valle Misma e la Valle S.Carlo; si vede il colle dei Masserini che si prolunga in quello di S.Carlo al Castello; poi la Valle dei Masserini a Y e in primo piano le colline di Sergagneta e di S. Rocco al Lago, seguite dalla Valle di Rova-Rocliscione; il colle di Campello e infine la collina boscosa di Comél. Si può notare come il fondovalle completamente urbanizzato è costituito dal letto del F. Serio che è andato spostandosi fino ad addossarsi al Monte Bue, lasciando un ampio pianoro. Si vede chiaramente inoltre come il fiume è andato scavando il terrazzo fluvioglaciale di Casnigo con un’ampia ansa. Si vede la conca della Valgandino e la valle del torrente Romna dalla quale si è vuotato 700.000 anni fa il paleolago di Leffe dopo una vita di ben 800.000 anni. Tante altre osservazioni si potrebbero fare, ma ormai da Campello si deve raggiungere il borgo medioevale di Rova, non senza avere osservato prima la cappelletta detta “di Albe”, perchè vicina all’abbeveratoio che riceve l’acqua della superiore sorgente, ed è dedicata alla Madonna della Gamba di Desenzano al Serio, poi la cappelletta,dedicata alla Madonna Addolorata, in fondo alla ripida bitumata.

Dopo aver attraversato l’androne, che aveva la porta di ingresso al borgo medioevale, per un certo periodo comune rurale, si arriva alla Piazza S. Mauro che prende il nome della omonima chiesetta sorta nel ‘400 fuori del borgo come cappella di S. Defendente, affrescata dai pittori Marinoni di Desenzano e ingrandita nel ‘600 come Oratorio di Santa Croce. Infatti contiene una artistica tela del Carpinoni, raffigurante la Deposizione dalla Croce. Se ne può parlare nella prossima puntara.

L’anello dei colli si chiude percorrendo Via Manzoni, dalla località o contrada Costa dove sorge lo storico Ospedale Briolini, fino alla chiesa parrocchiale e alla contrada dei Bonomari da dove si era partiti. L’Ospedale Briolini fu costruito nel 1910 dalla Congregazione di Carità, erede dell’antica Opera Pia della Misericordia e di altri due Luoghi Pii di Giacomo Gelmi e della illustre famiglia Perini, con l’impiego determinante del capitale di Decio Briolini.

 

Angelo Bertasa