Sul monte BoTerzo itinerario

Oggi, ragazzi, iniziamo il terzo itinerario che ci porterà sul Monte Bue, o, come si legge in alcune cartine topografiche, Monte Bo. La gente però l’ha sempre chiamato “ol Mut”, che vuol dire montagna bassa, quasi collina. Percorreremo infatti la “vvià dol Mut”, praticata da tante generazioni di contadini gazzanighesi che possedevano terreni lassù, o portavano mucche e pecore al pascolo. O meglio, percorreremo una delle due “vvià dol Mut”, quella che parte dalla Valle Asinina, mentre l’altra parte dal ponte del Bellora.

 

Questo ponte, che raggiungeremo con la Via Ulisse Bellora, ha una grande importanza storica e vale la pena di spendere due parole. Già dal medioevo si costruiva una passerella di legno, detta “Brevia”, che consentiva il passaggio tra le terre di Gazzaniga e quelle di Cene-Valle del Lujo e così via. Venne distrutta più volte dalle piene del F.Serio e puntualmente ricostruita. Anche quando il Comune di Gazzaniga fece costruire un ponte in pietra con carreggiata in legno, subì diversi danni. Fin che il ponte venne costruito in forma più radicalmente solida nel 1858 su progetto dell’ing. Gioachino Pezzoli di Leffe con cinque arcate in grosse pietre che vediamo tuttora. Questo fu poi allargato dai due imprenditori svizzeri quando fondarono nel 1874 il Cotonificio, al quale serviva per trasportare con mezzi pesanti il cotone grezzo al grande stabilimento e il prodotto tessuto da qui alla stazione ferroviaria.

E perché non hanno costruito lo stabilimento a Gazzaniga dove non c’era bisogno di allargare il ponte?

Dovete sapere che gli amministratori del comune di Gazzaniga non accettarono l’insedianento di un grande complesso industriale temendo sconvolgimenti sociali; più tardi si pentirono e tentarono di modificare i confini con Cene in modo da includere lo stabilimento, ma i Cenesi non accettarono perché da quell’industria riscuotevano una consistente tassa. Lo sconvolgimenti sociale per Gazzaniga ci fu ugualmente dal momento che la popolazione in 30 anni si triplicò per l’immigrazione di operai, impiegati, dirigenti.

E quella costruzione quasi distrutta lì sopra che cos’era?

Era una bella cappella di proprietà dell’Avv.Gibelli, che la fece costruire in stile neogotico verso la fine dell’800 sopra una elevazione sostenuta da tre archi a sesto acuto di cui uno è scomparso per allargare la strada. Per l’importanza storica e per la bellezza merita una ristrutturazione, che peraltro è già nelle intenzioni degli amministatori di Cene

Da qui proseguiamo lungo la roggia del Cotonificio che all’inizio dell’attività azionava i motori idraulici e poi la centralina elettrica. Raggiungiamo la località “Rosta”, termine longobardo che significa diga di sbarramento per deviare l’acqua nella roggia. Dal medioevo la roggia era ricavata sulla sponda destra del F.Serio per azionare i molini e i folli e dal ‘700 anche per servire le filande, il filatoio e i lavatoi pubblici. Ora funziona solo questa roggia sulla sponda sinistra.

Proseguiamo poi oltre il nuovo ponte della pista ciclopedonale fino a imboccare la mulattiera che sale ripida superando a piccoli tornanti, “i reultèi”, un dosso scosceso chiamato “Gaàsc”. La strada, della quale si possono ancora vedere tratti di fondo lastricato, è ora contrassegnata dal n.546 del C.A.I. e si snoda entro un bosco di frassini, aceri, noccioli, castagni, fino a incontrare una graziosa edicola, detta “Madunina dol Rosare” appartenente alla vicina “Ca’ de Ussì”.

Da questa casa partiva un sentiero che portava alle sorgenti naturali chiamate “Fontanèi”, vicino alle quali si possono vedere le grotte chiamate ” Büs de Fontanèi”, notevole esempio di carsismo sul monte Bue, dove vedremo anche delle doline carsiche, “i Fòpe”.

Ora il sentiero è abbandonato, mentre è stata tracciata una stada bitumata in calcestruzzo in mezzo ad ampi prati con diverse cascine ristrutturate. Fino a non molti anni fa tutti questi prati erano “terre aradore o vanghive”, cioè campi coltivati a frumeno, mais e patate come generalmente in tutte la terre del “Mut”.

Da questa posizione si possono ammirare il panorama del paese di Vertova, il santurio di S.Patrizio e i fitti boschi di Casnigo.

Arrivati alla strada asfaltata che proviene da Cene e denominata Via Zeno Capitanio, importante sindaco di Cene all’inizio del ‘900, la attraversiamo e camminiamo in un viottolo alberato all’inizio del quale un cartello indica la meta “Fontana-Caodül”, o “Candül”. Attraversiamo un bosco di castagni, una piccola pineta di larici e un’abetaia. Sempre seguendo le indicazioni CAI 546 , costeggiamo un prato e arriviamo ad una sorgente, denominata “Fontana”.

Qui conviene dissetarsi, fare uno spuntino e godere il bel sole che esalta i colori della natura riservando per la prossima volta altre scoperte e informazioni interessanti che ci fanno unire l’utile al dilettevole, favoriscono la salute mentale e di conseguenza fisica, mentre si ricrea lo spirito.

(continua)

Angelo Bertasa