Introducendo l’argomento con una visione globale, diciamo che Gazzaniga, come altri paesi montani, non ha potuto fondare la sua economia sui prodotti della terra, sia pure sfruttando ogni metro quadro anche dei terreni in pendio con opportuni disboscamenti e ciglionamenti tuttora visibili. I suoi abitanti hanno sempre dovuto integrare il lavoro nei campi e sui monti, ossia nel settore primario dell’economia, con il lavoro nel secondario, vale a dire nell’artigianato e nell’industria, per poter sopperire, con l’importazione di prodotti agricoli dai paesi di pianura, all’insufficienza alimentare rispetto all’annuale fabbisogno.
Passando in rassegna i vari secoli, si può scoprire come il secondario si è orientato verso attività legate a tre diverse materie prime, e tutte consistenti in fibre tessili, in tre periodi storici distinti: il periodo della lana, quello della seta e quello del cotone. A questi va aggiunto il periodo attuale, che vede in continua espansione il settore terziario, cioè dei servizi, alla pesona, alla famiglia, alla collettività, allo sviluppo, all’economia, alla comunicazione, alla stessa industria nella commercializzazione dei suoi prodotti e così via.
Si tratta naturalmente, in ciascuna delle quatto fasi, di attività prevalente, non esclusiva, e anche il passaggio da una fase all’altra non è mai stato repentino, ma graduale, in dissolvenza, se un vocabolo rubato all’ottica può servire a chiarire il concetto.
È da notare poi che fino a prima dell’arrivo dirompente della grande industria, era molto stretta l’interdipendenza tra il settore primario e quello secondario. Infatti quest’ultimo si serviva delle materie prime, la lana e i bozzoli da seta, risorse locali prodotte dal settore primario.
Ma quello che merita di essere qui osservato in premessa, servendosi di una semplice cartina aerofotogrammetrica, è il legame stretto fra l’evoluzione del tessile e lo sviluppo urbanistico.
Un occhio al testo e uno alla cartina, si possono individuare due zone a più fitta rete abitativa: sono i più antichi nuclei abitati di Gazzaniga e della frazione Rova, frutto dell’espansione, lungo tutto il medioevo, dei rispettivi villaggi longobardi: “Villa”di Rova e “Strada comunale della Villa” (vedi mappa catastale del 1937), in dialetto “La Éla”. Ora questa purtroppo ha cambiato nome divenendo Via Briolini, mentre i Briolini abitavano in Via Manzoni e in Via Dante. Chiusa la parentesi.
Questi borghi medioevali erano caratterizzati da vie strette, da case che mostrano ancora l’impianto medioevale: portali bassi e stretti, massicce pietre angolari squadrate di taglio, scarpate di contrafforto, finestre piccole, case-torri. Le abitazioni occupano poca aerea essendo disposte su più piani: portico, cucina, stalla a piano terra con cortiletto per lavori agricoli o artigianali, poi casa rustica adibita a fienile o deposito di attrezzi e materiali, infine il brolo e l’orto; ai piani superiori le logge con balconate in legno a intreccio, il tutto rivolto a sud. Queste case coloniche erano funzionali all’agricoltura, ma molti riservavano locali e spazi sotto i portici o nel cortile ben protetti dai venti e da assalti, per lavori artigianali, soprattutto per la filatura della lana e poi per la tessitura.
La Villa era attraversata per tutta la lunghezza di 360 m dall’antica via romana del ferro che collegava il capoluogo con le miniere della Valbondione e della Valle di Scalve. Nel medioevo invece poteva ben chiamarsi la via della lana. Chi non voleva arttraversare il borgo, perché si doveva pagare il gabelliere, proseguiva verso Clusone passando sotto le mura del borgo ed è probabile che potesse collegarsi alla via della lana che da Vertova a Gandino e da qui alla Forcella di Ranzanigo raggiungeva i paesi nordici.
Nel Rinascimento e nei secoli successivi, XVII, XVIII, XIX, si andò formando la contrada di Sotto o Sottostrada, lungo la tangenziale che correva fuori dalle mura meridionali del borgo e si ricollegava alla precedente via principale nei pressi della chiesa di S.Maria, futura parrocchiale. Era collegata alla “Contrada di Mezzo” o della “Villa” mediante la “Strécia del Valesino” ora più banalmente “vicolo Scaletta”. Nella via Sottotrada sorsero la grande filanda di Luigi Briolini futura Casa del fanciullo, la villa e i caseggiati dei Briolini dove furono ricavati l’Ospizio degli Infermi, una scuola elementare, il Teatrino Briolini, l’oratorio femminile. C’era la stazione del servizio postale effettuato con le diligenze, introdotto dai Tasso di Cornello, e venne chiamata “strada regia postale per Clusone”. Aveva la sua continuazione in Via Bonomari dove sorgeva una villa di Decio e Felice Briolini con una filanda. Poteva ben dirsi la via della seta. Invece, dopo l’uccisione del re Umberto I, venne chiamata “Corso Umberto I”, e dopo il Referendum del 1946, Via Manzoni. La parola Corso si addiceva a questa arteria del centro abitato. Le case non erano più coloniche, ma civili abitazioni, non più funzionali alla sicurezza e all’agricoltura, ma anche all’estetica, a cominciare dai portali più alti e ampi e dagli androni con volta a crociera affrescata, fino alle logge chiuse con successioni di colonnine e arcatelle dallo stile veneziano.
Ma, a scombinare l’assetto urbanistico, giunse nel 1874 l’insediamento del Cotonificio, complesso dalle caratteristiche proprie della grande industria. Questo non solo interruppe la tradizionale cooperazione con l’agricoltura locale, importando la materia prima dall’America e dallEgitto, ma determinò, oltre che il forte sconvolgimento sociale, una massiccia fuga delle famiglie dalle campagne, con le note conseguenze, non esclusi i rischi della monoindustria. Lo sconvolgimento demografico e sociale si riflette anche nella incontrollata espansione edilizia fino alla saturazione del fondovalle. Il boom richiese tutta una serie di adeguati servizi contabili, finanziari, commerciali per l’impresa e sociali per i dipendenti comportanti una prevalenza dell’attività del Terziario che ha reso necessarie anche nuove infrastrutture viarie, prima la ferrovia (1884), tornata di attualità, poi la via del cotone e infine la tangenziale.
Dopo queste premese, cominciamo ad esaminare la prima fase, della lana, che nella nostra era informatica appare sempre più lontana, nel “tempo in cui Berta filava”.
(continua)
Angelo Bertasa