Esistono ancora gli angeli, anche nei nostri tempi, nelle nostre città, nelle nostre comunità. Non sono alti, belli, raggianti, ma semplici persone, sobrie, minute, pacifiche, silenziose. Sono coloro che si interessano agli altri prima di interessarsi a se stessi. Sono coloro che mettono al primo posto del loro agire lo spirito di servizio, la gratuità, la generosità. Sono coloro che custodiscono la gente, hanno cura di ogni persona, si muovono con amore, specialmente fra i bambini, i vecchi, i malati, chi vive in condizioni di fragilità sociale e precarietà economica. E ad Albino di questi angeli ce ne sono tanti. Certo, non si fanno vedere in giro, non sono in prima fila alle feste, non si muovono con clamore. Ma ci sono, e si fanno sentire. Fra questi Ernesto Carrara, meglio conosciuto come “Tino”, una persana affabile, sorridente (dietro i suoi baffi), generosa, che ha fatto della solidarietà il suo credo.
La direzione di Paese Mio lo ha intervistato, per conoscere e presentare quello che fa, spesso soltanto intuito, ma non apertamente manifestato, affinchè possa essere d’esempio ad altre persone.

Nato e residente ad Albino, 69 anni in spalla, Ernesto “Tino” Carrara vedovo (la sua Pinuccia è scomparsa sette anni fa) con figli, è un pensionato…“al lavoro”, cioè continua ad impegnarsi ancora nel lavoro, chiamato spesso come consulente, lui che per tanti anni ha svolto la mansione di responsabile al controllo numerico di macchine utensili, preso la Persico Stampi. Ma a questo affianca anche un’infinità di attività, legate al mondo del volontariato e della solidarietà attiva.

Quali sono i suoi ambiti di azione ad Albino?
Intanto, una considerazione: la povertà nasce dalla prepotenza di qualcuno e dallo sfruttamento di altri, e ci sono tanti volontari che cercano di essere utili ai più deboli. Innanzitutto, io sono volontario all’Oratorio di Albino: per dieci anni ho fatto il responsabile del bar; poi, da tre anni faccio solo il volontario “semplice”. Inoltre, ormai da anni, accompagno in chiesa parrocchiale, per suonare l’organo, l’amico Luciano, che è cieco. La Notte di Natale, da oltre 15 anni, offro a tutti quelli che si avvicinano una fetta di panettone e un bicchiere di vin brulè. Organizza la castagnata e la tombola per i disabili. Quindi, con l’associazione UNITALSI, svolto il compito di barelliere e accompagno una volta all’anno i malati al Santuario della Madonna di Lourdes. Sono iscritto all’AVIS, e ormai ho effettuato oltre 100 donazioni. Infine, faccio parte del coro “S.Cecilia” di Albino.

E nel giardino fra via Trento e via Einaudi?
Beh, fino a qualche anno fa qui c’era un’area abbandonata, dove la gente era solita abbandonare i rifiuti e tanto altro. In poco tempo l’ho trasformata in un giardino, con piante e fiori. All’interno ho collocato una statua della Madonna di Medjugorje, e ora sono tante le persone che sostano qui per pregare.

Ma lei è impegnato come volontario anche all’estero. Dove?
Il mio cuore, da qualche anno a questa parte, pulsa per le tante persone povere che vivono in Bosnia, in quella che era una regione della ex-Jugoslavia. La mia avventura è cominciata oltre vent’anni fa, dopo la sanguinosa guerra civile che ha avuto come campo di battaglia la Bosnia e, in particolare, la città di Sarajevo. Il primo impegno è stato in un orfanotrofio, che ospitava 70 bambini, poverissimi, che non avevano più nulla, gestito dalle sorelle suor Josipa e suor Cornelia Kordic. Era il 1992, quando le due suore, distrutto il loro convento, cercarono rifugio nel loro paese natale, Medjugorie, dove, con l’aiuto di tanti volontari, soprattutto italiani, iniziarono a costruire, su un terreno di proprietà della loro famiglia, una casa per accogliere bambini, anziani ed intere famiglie che cercavano rifugio ed aiuto. Anno dopo anno, la casa si è ampliata con altre strutture ed una chiesa, ed oggi, la “Comunità della Famiglia ferita” sorge nella cittadina di Citluk e nella piccola frazione di Vionica, alle porte di Medjugorje, ospitando circa 140 persone, da bambini di pochi mesi ad anziani e ragazze madri che, aiutandosi vicendevolmente, vengono allevati, mandati a scuola ed indirizzati ad un lavoro. All’inizio portavo farina, per fare il pane, come ci dicevano di fare i soldati del contingente ONU; poi, grazie al nostro gruppo Caritas, ma anche all’Associazione Regina della Pace (A.R.PA.), diretta da Alberto Bonifacio, di Pescate (Lecco), che ha all’attivo 400 pellegrinaggi in Bosnia, riesco ad inviare alimenti due o tre volte all’anno. Quest’associazione invia anche fino a 20 furgoni all’anno, pieni di pacchi di alimenti, confezionati da gruppi e associazioni di tutta Italia. Queste si fanno carico delle spese del furgone, e anch’io pago le spese del furgone che spesso faccio partire per l’orfanotrofio. A tal proposito, ringrazio quanti mi donano gli alimenti e tanto altro: amici, negozianti, Pierino Persico (per le spese del furgone) e Marino Pagliaroli, titolare della Pagliaroli Frutta di Villa di Serio. Senza di loro, anche con tanta buona volontà, posso fare poco.

Ma, poi, c’è dell’altro…
A Sebrenica, martoriata dalla guerra civile, ho contribuito a costruire piccole casette, per ospitare durante la settimana ragazzi che, abitando in zona isolare, in case sparse, peraltro in un ambiente freddo, soprattutto in inverno, non potevano andare regolarmente a scuola. Inoltre, ho adottato quattro bambini bosniaci. Ma soprattutto ho contribuito a portare dalla Bosnia a Genova, in un ospedale specializzato, un bambino con una malformazione al cuore: per i medici del suo paese doveva morire, qui invece, è stato operato e sta bene. E ho anche aiutato una bambina che, per il suo medico curante, sarebbe diventata cieca; portata in Italia, dopo due operazioni, ora sta bene e ci vede benissimo. Inoltre, insieme ad altri, stiamo aiutano tre bambine bosniache che hanno l’epidermolisi bollosa (EB) o sindrome dei “bambini farfalla” (per la fragilità della pelle pari a quella delle ali di una farfalla): una rara malattia genetica della pelle, che rende estremamente fragile la cute e le mucose, e causa bolle, vesciche e lesioni continue dovute al distacco dell’epidermide. Ci costano oltre 100 euro al mese per garze e medicine. Infine, stiamo aiutando una bambina di Banja Luka, Katarina, di 4 anni, affetta da una malattia rara, per la quale in Bosnia e in Serbia non hanno formulato una diagnosi: sta perdendo l’uso del braccio e della gamba sinistra. Per fare un “day hospital” all’ospedale “Gaslini” di Genova servono 5.000 euro: chiedo un aiuto a tutti.

A quanto pare, con Tino Carrara la solidarietà non conosce confini. Un sorriso, una carezza, una parola gentile, un aiuto sincero, anche un piccolo atto di cura: così, Tino Carrara riesce a trasformare il dolore in gioia.

T.P.