Il ciclismo, forse più di altri, è uno sport di tradizione, che vive e si alimenta del proprio passato, se non delle proprie leggende. In Bergamasca, patria del ciclismo, terra di elezione di tanti campioni del pedale, quasi tutti hanno inforcato una bicicletta nella loro vita; quasi tutti si sono cimentati in salite e discese, su biciclette da strada o su mountain bike; quasi tutti si sono allungati almeno una volta ai bordi delle strade per il passaggio di una corsa; e quasi tutti conoscono le salite più belle della Bergamasca. Eccole: la Roncola, il Colle Gallo, il Colle dei Pasta, la San Pellegrino-Dossena, la Torre de’ Busi-Valcava, la Nembro-Selvino, e ora, grazie alla scelta azzeccata degli organizzatori, la salita al Passo di Ganda, da Gazzaniga ad Aviatico, passando per Orezzo, punto focale del recente 115° Giro di Lombardia 2021. Oddio, “Passo” è una parola grossa. Nessuno a Bergamo lo chiama così, semplicemente è la “salita di Ganda”, accessibile tanto per i ciclisti che per i rallysti.
Una salita “secca”: 10 km, con quota di partenza ai 384 metri di Gazzaniga e quota di arrivo ai 1059 metri di Ganda, con dislivello di 675 metri e pendenza media del 6,9%. Soprattutto da Orezzo le pendenze si fanno interessanti, ma mai troppo difficili. Per gli amatori è perfetta per “fare la gamba” ad inizio stagione. Ebbene, quanta gente lungo i tornanti che da Orezzo si districano verso il Passo di Ganda: chi ad incitare, chi ad applaudire, chi a sperare nel lancio di una borraccia o di un cappellino da parte dei ciclisti, come souvenir di una corsa eroica, il Giro di Lombardia, la “Classica delle foglie morte”. Molti, in verità, hanno scoperto la bellezza di questa salita per la prima volta, altri l’hanno riscoperta, per anni offuscata da altri “passaggi” in quota. Ciò nonostante, chi c’era su quei tornanti è tornato a casa contento, come il sottoscritto.
Per alcune ore, ho rivisto il ciclismo di una volta, quel ciclismo che ha fatto scrivere un bel po’ di storia e tanta letteratura; un ciclismo dalle radici autentiche; un ciclismo con una grande anima popolare; un ciclismo che cattura, coinvolge, aggrega; un ciclismo bello, che ama la bellezza della fatica e il gusto dell’impresa; un ciclismo capace di insegnare i bisogni veri, legati al sacrificio, che cerca i limiti del proprio fisico, quando sete, fame, stanchezza si fanno sentire con tutta la loro intensità; un ciclismo in grado di diffondere rispetto e creare legami tra avversari leali e amicizie fra gli spettatori lungo la salita.
Un ciclismo che, mai come stavolta, all’uscita di una stagione, quella sanitaria, che ha rabbuiato le anime di molti, ha regalato un forte segnale di ripresa e di voglia di ritorno alla normalità. Un ciclismo che, proprio sulle strade bergamasche, e seriane in particolare, è andato oltre il suo aspetto agonistico. Certo, vale il risultato sprtivo, ha vinto il 23enne Tadej Pogacar, campione sloveno della Uea Emirates, trionfatore negli ultimi due Tour de France; ha battuto il bergamasco Fausto Masnada (che rabbia!). Ma quello che si è visto sui tornanti della salita di Ganda è stato l’arrivo di una stagione di rilancio, di ripartenza, di valorizzazione del patrimonio sociale e ambientale di una terra sana e genuina, che ha saputo resistere in questi mesi di sofferenza, che si è radunata sui tornanti di Orezzo e Ganda per proporre la forza di un ciclismo “popolare”, pulito, e di riflesso uno stile di vita sostenibile, che guarda al passato per suggerire un rinnovato futuro.
Un ciclismo che è la metafora della vita: che fa rivivere, come in una rappresentazione teatrale collettiva, le gesta del ciclismo antico, quello autentico e sano, fatto di valori veri; che racconta che il cuore popolare del ciclismo continua a battere a dispetto delle sbandate, delle derive, dei drammi di una vita che ha spesso negli ultimi anni venduto l’anima al diavolo. Una “salita di Ganda” per apprezzare insieme la bellezza dello sport, quindi l’educazione alla vita.

PS