La transizione dal mondo contadino a quello industriale in ambito albinese non è stata finora adeguatamente raccontata.
I primi insediamenti industriali nella nostra provincia sono nati con la trattura della seta nelle filande, diventando col tempo il principale motore economico del territorio e l’elemento trainante dell’esportazione italiana. Le filande hanno impiegato il lavoro delle nostre donne provenienti dalle zone rurali e di montagna, molte in giovanissima età, passate poi a fine Ottocento nei grandi cotonifici della nostra valle.
In questi giorni ad Albino, presso la biblioteca comunale, I volontari della associazione “Museo Etnografico di Comenduno” hanno allestito una mostra e presentato un libretto, dal titolo “E lè la va in filanda” che parla delle filande e della loro storia presenti ad Albino dall’inizio del 1800 sino alla seconda guerra mondiale.
“Per il titolo della mostra -spiega uno dei curatori Giampiero Tiraboschi- ci siamo ispirati a una canzone che cantavano le donne quando andavano a lavorare in filanda. Lo scopo della nostra associazione è quello di promuovere la coscienza della cultura popolare dalla fine del 1800 alla prima metà del 1900 ossia il passaggio dal mondo contadino a quello industriale in ambito albinese che rappresenta la fase iniziale della rivoluzione epocale che ha generato la modernità.
Ogni anno da 30 anni realizziamo un’iniziativa su questi temi.
Lo scorso anno abbiamo realizzato una mostra e un libretto sul centenario della parrocchia di Comenduno. Nel corso degli anni sono state realizzate mostre sugli attrezzi da lavoro contadini, una “sul fè magher” e qualche anno fa è uscito un libro autobiografico di Carmelo Gherardi dal titolo “Il mio piccolo mondo contadino”
Nel libretto si parla dell’allevamento dei bachi da seta per la produzione di bozzoli da cui si ricava il filo di seta, che era una grande risorsa per tutte le famiglie albinesi che impegnava soprattutto le donne e le bambine. Dai dati catastali del 1853, risulta che ad Albino e frazioni i gelsi erano 5968 con una produzione annua di 149.200 chili di bozzoli.
La prima filanda dove si lavorava la seta è arrivata ad Albino nel 1700, poi si sono sviluppate in forma industriale nel corso dell’1800 e agli inizi del 1900.
Ad Albino c’erano tre filande: quella della Ripa, del Colleoni in Via Mazzini e Galeotti in Via Roma che occupavano circa 300 persone, tutte donne.
I prodotti delle filande albinesi venivano esportati in tutta Europa: Svizzera, Francia, Inghilterra ed anche in America. Negli anni 30 del novecento le filande andarono in crisi per la concorrenza giapponese e per una malattia, la pebrina, che colpiva i bachi da seta e, non ultima causa, anche per la nascita degli stabilimenti tessili.
Nella filanda del Colleoni in via Mazzini durante la seconda guerra mondiale si facevano le sete per i paracaduti tedeschi.
L’ultima filanda fu quella del Galetti che cessò l’attività alla fine degli anni 40.
L’unica struttura di filanda che è rimasta è quella della Ripa che è diventata un reperto di archeologia industriale: era di proprietà della famiglia Briolini, che l’ha poi venduta nel 2000 agli attuali proprietari.
C’è una parte del libro dove si parla del poeta dialettale Ettore Briolini nato nel 1889, laureato ed antifascista, che ha scritto delle bellissime poesie in dialetto bergamasco: si ispirava a Giacomo Leopardi. Nel libro c’è la sua famosa poesia “I Turna ‘N Filanda”.
Nel libro troviamo anche un capitolo che parla della vita in filanda e delle pesanti ore di lavoro con dei turni durissimi che facevano le donne: potevano arrivare a 13 o 14 ore al giorno e nei mesi estivi sino a 16 ore.
Un capitolo parla delle esperienze sindacali, delle lotte fatte dalle lavoratrici per ridurre gli orari di lavoro, per aumentare il salario e per migliorare le condizioni di vita all’interno delle filande.
“E’ importante – spiega Tiraboschi- conoscere la dura condizione di vita di chi ci ha preceduti e l’impegno per una crescita sociale volta al miglioramento delle condizioni di lavoro e di salute.
Questo ha portato al benessere e ai diritti di lavoro di cui godiamo oggi.
Lo scopo del libro è quello di coltivare la memoria e per una crescita culturale della nostra gente.”
La sede del Museo etnografico di Comenduno si trova presso la Villa Regina Pacis, in via Briolini al 10 ed è aperto al pubblico la domenica pomeriggio dalle 15:30 alle 18:30.
Il libro realizzato da Giampiero Tiraboschi Franco Innocenti e Maurizio Noris è possibile averlo con un contributo di 10 euro per la stampa.
Sergio Tosini