Una ricerca didattica sui toponimi di Cene

Qualche nome in meno di capitali di stato, qualche toponimo locale in più. Questa asserzione potrebbe sembrare esagerata, ma se si pensa ai significati profondi insiti nei nomi delle varie località di ogni comune, al potere che essi hanno di evocare e attualizzare la storia, vicende liete o tristi, tradizioni, forme di vita, generazioni di famiglie, coltivazioni, attività artigianali o industriali, e chi più ne ha, si può comprendere l’importanza di conoscere questi termini, generalmente dialettali

Se poi si considera che l’attenzione dei ragazzi d’oggi è più rivolta alla tecnologia informatica, al cellulare ultimo modello, al computer più ‘mini’ possibile, ai videogiochi più astrusi e violenti (per essere ottimisti), ed è più esposta all’invasione di un linguaggio estraneo alla nostra identità culturale e quindi alienante, si può comprendere la necessità di esperienze di apprendimento legate a ciò che è più connaturato alla nostra vita a partire dalla nostra lingua che corre il rischio di fare la fine del dialetto. E addirittura la necessità di partire proprio dal dialetto.

Qui non c’è apprendimento libresco che tenga. Occorre stabilire un contatto diretto con chi ci può trasmettere col dialetto un patrimonio inimmaginabile di valori e saggezza, di potenziale espressivo, e che ci può raccontare le tradizioni legate ai nomi dialettali dei luoghi,.

Occorre percorrere ogni via del paese, ogni strada e stradina di periferia, ogni sentiero di collina e di montagna alla ricerca delle radici della cultura delle nostre comunità.

Più a fondo sarà conosciuta la realtà vicina, sia in termini di spazio che di tempo, più reale sarà l’apprendimento del lontano. E sarà più concreto, dal momento che il processo della conoscenza parte dall’esperienza sensibile per arrivare a quella astratta. Parte dal semplice prima di affrontare il complesso.

Sulla base di questi presupposti psico-pedagogici, gli insegnanti della scuola media di Cene, proff. Rosa Peracchi, Patrizia Ongaro e Lorenzo Correnti formularono trenta anni fa un progetto didattico che merita di essere riportato alla luce. Essi negli anni scolastici che vanno dal 1984 al 1987 e nel 2002-2003 organizzarono una complessa ricerca su tutto il territorio di Cene alla soperta dei toponimi e dei loro significati, nell’ambito delle attività integrative opzionali del tempo prolungato con gruppi di alunni delle tre classi.

Il progetto derivava dalla constatazione che la realtà locale era poco conosciuta dai ragazzi, molti dei quali erano immigrati da poco. Quindi come obiettivo generale gli insegnanti si posero l’avvicinamento dei ragazzi al proprio ambiente stabilendo un interscambio culturale tra la scuola e il terrritorio. Come obiettivi specifici lo sviluppo delle capacità di osservazione di fatti, fenomeni, termini, di ricerca delle informazioni relative, di consultazione di pubblicazioni sui toponimi e sulle tradizioni locali, di elaborazione dei dati raccolti, di stesura dei risultati raggiunti.

Come metodo fu individuata l’intervista a persone testimoni di tradizioni legate ai toponimi e furono utilizzate carte topografiche e mappe del territorio di Cene.

Il prodotto finale è inciso su due DVD e scritto su sei fitte cartelle diviso in tre itinerari.

C’è da rilevare che i ragazzi si sono sentiti coinvolti positivamente nella complessa esplorazione dimostrando curiosità di conoscere le risposte ai numerosi perché via via che con tre itinerari raggiungevano le varie località.

 

1º itinerario

Perché la piazzetta tra le Vie Fontana, Spigla e Molini, località Siglàt da cui stiamo partendo per il primo itinerario si chiama Don Davide Mosconi? Fornisce la risposta il libro “Note storiche su Cene” di Ermenegilda Poli: “… è una delle figure più eminenti del clero bergamasco dell’Ottocento e del primo Novecento…Grande predicatore molto ricercato..Aprì a Roma un istituto per orfanelli, diresse una grossa colonia agricola e fu parroco prima a Leffe, poi a Ciampino…”.

Che cosa significano certi strani nomi…Spigla…Siglàt? Ci dà la risposta un professore bresciano, Michele Gramatica che ha studiato questi toponimi. Spigla deriva dai termini germanici Spitz=punta e Ekla= colle, cioè punta di un colle, o colle a punta. Il toponimo Siglàt invece indicherebbe un canale di sorgiva.

Scesi in Via Molini, un’altra curiosità:

Perché “i mülì” e cos’è “0l mài”? Ecco le antiche macchine a propulsione idraulica, cioè dotate di una ruota esterna con tante pale che veniva fatta girare dall’acqua sottratta al torrente Doppia che percorre la Valle Rossa. Questo toponimo,Doppia, è preistorico, di origine germanica e significa torrente. Da questo l’acqua veniva fatta scorrere in una roggia a velocità costante. I molini macinavano “i grani” del frumento, dell’orzo, del miglio coltivati nel medioevo ed erano tenuti da ufficiali del Comune. Il maglio serviva a modellare il ferro, opportunamente arroventato, mediante una pesante mazza sollevata e lasciata cadere alternamente dal movimento rotatorio ricevuto dalla ruota esterna. Si fabbricarono qui attrezzi agricoli fino al 1964. Quanto lavoro secolare, quante storie personali…! Era proibito ai piccoli di avvicinarsi alle ruote, perché qualcuno era finito nella roggia e annegato. Curioso eh?

E come mai questa valletta che scende da sinistra si chiama “la al dol diàol”? Ed ecco l’antica leggenda che racconta come il diavolo apparve ad un abitante di Cene. Ma forse il nome è dovuto al pericolo detto prima. O anche perché la valletta isolata incute di per sè un senso di paura.

Continuando la Via Molini si arriva in Via Fanti nel tratto chiamato “ol réss dol Perina”. Che cosa vuol dire ? Un tempo le strade comunali erano pavimentate con i ciottoli del fiume Serio, cioè a “rizzo”, eseguito a regola d’arte dai rizzoli (risciölì,rissöi) da cui deriva il cognome diffuso in Italia. Il”serizzo”, detto in dialetto “ol seréss”, è un conglomerato rossiccio o porfido quarzifero proveniente dalla formazione del Verrucano lombardo presente nelle montagne dell’alta Valle Seriana e nato intorno ai 250 milioni di anni fa. I ciottoli di “seréss”, rossicci, arrotondati dalla corrente del fiume che li ha trasportati fino qui, si distinguono chiaramente dagli altri di diverse formazioni e di diversi colori visibili negli acciottolati o nei muri a ciottoli; sono prevalenti e danno il nome all’acciottolato. Difficile? Nooo!

“Però – interviene una ragazza – per me tanti nomi dialettali sono difficili”. “Sfido, non parlate più il dialetto. Dite ai vostri genitori che vi parlino anche in dialetto. Invece vi parlano in un italiano che è la traduzione del dialetto. Così non imparate né il dialetto né la lingua italiana”.

 

(continua)

 

Angelo Bertasa