Sesta puntata di “A tutto Moroni”, la serie di articoli che la redazione di Paese Mio ha inteso dedicare all’illustre pittore e ritrattista albinese, nel 500° anniversario della sua nascita. Abbiamo ormai superato il primo trimestre del 2021, ma il Covid-19 imperversa ancora, nonostante l’avvio del piano vaccinale. E l’incertezza degli eventi, sociali ed economici, condiziona oltremodo le iniziative celebrative che l’amministrazione comunale aveva previsto per sottolineare in grande stile questo appuntamento. Niente paura, per esaltare la figura del Moroni, ci pensa la redazione di Paese Mio, che prosegue anche in questo numero a presentare notizie, curiosità, approfondimenti sul grande maestro albinese.
Soggetto del nuovo articolo è l’analisi di un dipinto, uno dei più emblematici della produzione ritrattistica del Moroni, oltre ad alcuni dettagli informativi sulla sua più generale produzione artistica.
Giovan Battista Moroni e “Il Cavaliere in nero”
La grande critica d’arte Mina Gregori nell’opera Pittori Bergamaschi del XIII e XIX secolo, pubblicò un elenco di tutte le opere conosciute, dell’intesa attività del pittore albinese Giovan Battista Moroni: ben 230 dipinti, di cui solo due a soggetto mitologico, un centinaio di carattere sacro, di cui ben 25 sono immagini di Madonna col Bambino, e il resto di ritrattistica. Ma stupiscono anche le tante location in cui sono esposti i suoi dipinti: musei, pinacoteche, castelli, chiese, accademie, università, senza dimenticare le collezioni private, in Italia come in tutto il mondo. Tanto per citarne qualcuna: San Pietroburgo, Ermitage; Lisbona, Museo Calouste Gulbenkian; Vienna, Kunsthistorisches Museum; Washington, National Gallery; Tucson, Arizona, University of Arizona Museum of Art; New York, Metropolitan Museum; Boston, Museum of Fine Arts; Chicago, Art Institute of Chicago; Detroit, Institute of Arts; Memphis, Tennessee, Brooks Museum of Art; Honolulu, Academy of Arts; Dublino, National Gallery of Ireland; Ottawa, National Gallery of Canada; Berlino, Staatliche Museen; Chantilly, Musée Condè; Amsterdam, Rijksmuseum; Edimburgo, National Gallery of Scotland; Firenze, Uffizi Trento, Castello del Buonconsiglio; Bergamo, Museo Adriano Bernareggi e Accademia Carrara; Milano, Castello Sforzesco, Pinacoteca Ambrosiana, Pinacoteca di Brera, Museo Poldi Pezzoli.
Proprio a Milano prosegue il nostro “viaggio” alla scoperta, meglio dire “riscoperta”, di Giovan Battista Moroni. Siamo al Museo Poldi Pezzoli, dove è esposto uno dei tanti ritratti del Moroni, un ritratto maschile, “Il Cavaliere in nero”, emblematico della sua vena ritrattistica. Tavola con pittura ad olio, risalente al 1567, il dipinto rappresenta, a grandezza naturale, un gentiluomo che si staglia contro uno sfondo grigio, caratterizzato soltanto da semplici elementi architettonici.
L’elegantissimo abito scuro indossato dal personaggio, da cui trae origine il titolo con cui l’opera è conosciuta da oltre un secolo, è dipinto con straordinaria finezza, in particolare nelle pieghe del panneggio e nei delicati passaggi di luce e ombra che ne animano la superficie. Il bianchissimo orlo arricciato del colletto e dei polsini della camicia, la cosiddetta lattuga, crea un forte contrasto tonale con il colore nero del vestito. Il volto, incorniciato dalla barba e raffigurato di tre quarti, è colpito in pieno dalla luce che spiove da sinistra, mentre gli occhi sono puntati con intensità verso lo spettatore; l’incarnato è molto chiaro, leggermente arrossato in corrispondenza dell’orecchio, delle guance e del naso. La mano destra afferra un lembo della corta mantellina ornata con tre strisce di velluto, mentre la sinistra stringe l’impugnatura della spada appesa alla cintura. La pelle delle mani è bianchissima, quasi trasparente e lievemente venata.
L’identità del personaggio, che mostra un’età apparente di circa trent’anni, è destinata, almeno per ora, a rimanere sconosciuta. Ma ciò che conta di più è sempre stato l’unanime riconoscimento dell’altissima qualità del dipinto in esame, fin dalle sue prime citazioni nella letteratura critica, che ne ha sottolineato in particolare gli squisiti esiti coloristici e tonali, ottenuti con una tavolozza assai semplice e limitata, e lo straordinario grado di aderenza al vero.
“Il Cavaliere in nero” fu con ogni probabilità eseguito verso il 1567, nell’ambito della cosiddetta seconda maniera argentea del pittore, come confermano i dati dello stile, quelli di storia della moda ricavabili dall’abito indossato dal personaggio e anche l’analisi della spada da lato appesa alla vita, così simile a quella presente in un altro dipinto che si data al 1560-1565 circa.
Piace in questa circostanza rammentare come l’arguto, colto e fine critico d’arte veneziano Marco Boschini, vissuto anch’egli nel ‘600, e indicato come “il maggior critico del secolo”, tratteggiò Giovan Battista Moroni:
“Tuttavia, quel Moron, quel Bergamasco
per esser gran pittor bravo e valente,
El vogio nominar seguramente
che de bona nomea l’ha pieno el tasco;
Ghè dei ritrat, ma in particolar
quel d’un sarto sì belo, e sì ben fato
che ‘l parla più de qual si sa Avocato,
l’ha in man la forfe, e vu ‘l vede’ a tagiar
O in pitura Pitor, che carne impasta
o Bergamasco pien d’alto giudizio
più di così ti non puol far l’offitio:
Ti è Batista Moron, tanto me basta”.
(Marco Boschini, “La carta del navegar pitoresco”, Venezia, 1660)









